L’inquinamento atmosferico può essere considerato un co-fattore per gli altissimi livelli di letalità dovuti al SARS-CoV-2 in Nord-Italia?

Riassunto e traduzione dell’articolo: Edoardo Conticini, Bruno Frediani, Dario Caro. Can atmospheric pollution be considered a co-factor in extremely highlevel of SARS-CoV-2 lethality in Northern Italy? Environmental Pollution.

Riassunto e traduzione a cura di: Cinzia Perrino; Revisione a cura di: Valeria Guidolin

Articolo Originale Pubblicato il 4 Aprile 2020


Le persone che vivono in aree caratterizzate da tassi elevati di inquinamento atmosferico sviluppano più facilmente disturbi respiratori cronici e sono più suscettibili agli agenti infettivi. Questo può spiegare la maggiore prevalenza e letalità del SARS-CoV-2 nel Nord Italia. 

In letteratura, l’inatteso incremento della letalità del SARS-CoV-2 nel Nord Italia rispetto ad altri Paesi e ad altre regioni italiane è stato ricondotto a differenze nei metodi utilizzati per il conteggio degli infetti o dei decessi ed all’età avanzata della popolazione italiana. Al momento, in letteratura non ci sono evidenze che l’inquinamento atmosferico possa essere considerato un ulteriore co-fattore di letalità da SARS-CoV-2.

E’ ben noto che il Nord Italia è una delle zone più inquinate d’Europa, prevalentemente a causa dei frequenti fenomeni di stagnazione delle masse d’aria dovuti alla sua peculiare posizione geografica ed alle condizioni climatiche che lo caratterizzano. Anche in base all’Indice di Qualità dell’Aria (AQI) recentemente introdotto dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, che riflette il potenziale impatto della qualità dell’aria sulla salute, il Nord Italia risulta fra le zone a più alto tasso di inquinamento. Ci si chiede quindi se i cittadini che vivono in questa zona d’Italia possano esser maggiormente predisposti a morire a causa del SARS-CoV-2.

L’evento fisiopatologico che porta al ricovero in Unità di Terapia Intensiva e ad alla morte è la sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS). In questa condizione, un ruolo primario è svolto dall’iperattivazione del sistema immunitario innato, con una sovraespressione di mediatori infiammatori quali citochine, chemochine e fattori di crescita. Evidenze simili sono state riportate anche per i pazienti affetti da SARS e MERS; una disregolazione del sistema immune si pensa sia responsabile di un peggioramento della prognosi anche per i pazienti affetti da Covid-19.

L’inquinamento atmosferico è una delle cause riconosciute di infiammazione prolungata, che porta ad una iperattivazione del sistema immunitario innato. Oltre a studi sui topi, anche studi sugli umani hanno dimostrato che sia il PM2.5 che il PM10 causano una sovraespressione di PDGF, VEGF, TNF, IL-1 ed IL-6, direttamente correlata alla durata dell’esposizione, anche in soggetti sani, non-fumatori e giovani. In diversi studi, una produzione elevata di IL-6 e IL-8 è stata messa in relazione con diversi inquinanti atmosferici (PM, NO2, O3, SO2) sia in vitro che in vivo.

Si conclude che i soggetti che vivono in zone caratterizzate da cattiva qualità dell’aria hanno meccanismi di difesa delle vie aeree superiori più deboli, sviluppano più facilmente malattie respiratorie croniche e sono più suscettibili agli agenti infettivi. Inoltre, l’esposizione prolungata agli inquinanti atmosferici porta ad una condizione di infiammazione cronica. Ciò può, in parte, spiegare la maggiore prevalenza e letalità del SARS-CoV-2 nel Nord Italia, anche considerando l’avanzata età media della popolazione. Poichè le modifiche del sistema immunitario dovute all’inquinamento derivano da un’esposizione di lunga durata, la diminuzione della concentrazione degli inquinanti osservata in queste ultime settimane non può avere effetti benefici. Non devono comunque essere sottovalutati altri fattori-chiave, quali l’età dei pazienti, le differenze fra i sistemi sanitari regionali, il numero di Unità di Terapia Intensiva disponibili e le politiche di prevenzione adottate dal Governo.

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