COVID-19 e disfunzione epatica: intuizioni attuali e strategie terapeutiche emergenti

Riassunto e traduzione dell’articolo: Gong Feng, Kenneth I. Zheng, Qin-Qin Yan, Rafael S. Rios, Giovanni Targher, Christopher D. Byrne, Sven Van Poucke, Wen-Yue Liu and Ming-Hua Zheng, COVID-19 and Liver Dysfunction: Current Insights and Emergent Therapeutic Strategies, J Clin Transl Hepatol.

Riassunto e traduzione a cura di: Gabriella Assante; Revisionato: Giulia Peserico

Articolo Originale Pubblicato il 28 marzo 2020

Questa review inerente l’eziopatogenesi del danno epatico riscontrato durante la pandemia di COVID19, si basa su 14 studi svolti in Cina e riporta analisi demografiche e cliniche, potenziali meccanismi e trattamenti per la disfunzione epatica correlata all’infezione da Sars-CoV-2.

Tra l’11 dicembre 2019 e il 20 febbraio 2020, oltre ad una forte polmonite accompagnata da febbre e/o tosse, 1/3 dei pazienti COVID19+ ha anche sviluppato un danno epatico con conseguente aumento dei valori di AST e/o ALT.  In particolare due grandi studi multicentrici coordinati in Cina, hanno riportato che a Wuhan dal 24,1% al 36,6% dei pazienti infetti aveva un incremento di AST rispetto al 16,1% riscontrato nella provincia di Zhejiang. Poiché la percentuale di pazienti COVID19+ con  un incremento di AST è risultata essere maggiore a Wuhan piuttosto che nella provincia, Feng et al. hanno addotto questa differenza alla carica virale più alta di COVID19 nei pazienti esposti a Wuhan, primo focolaio ed epicentro della pandemia. Inoltre, dall’analisi degli studi è emerso che gli uomini sembrano avere un maggiore rialzo di AST rispetto alle donne e che questo aumento delle transaminasi sia età-dipendente  (maggiore nei soggetti tra 35-65 anni rispetto ad adolescenti e bambini).

E’ stato dimostrato come SARS-COV-2 utilizzi ACE2 per invadere l’epitelio alveolare. Questo recettore è espresso anche a livello epatico, ma è maggiormente presente a livello biliare (circa 20 vv in più). Nonostante questo, gli studi non segnalano un aumento di gGT, ALP o bilirubina tali da riflettere un danno citopatico del virus a livello biliare e nemmeno lo studio istopatologico di campioni epatici dimostra un chiaro danno a livello epatico o biliare. Di conseguenza, la disfunzione epatica riportata più volte nei pazienti COVID19+, potrebbe essere dovuta ad un danno epatico secondario piuttosto che primario, quale danno iatrogeno, da SIRS, da ipossia o MOF. Ad esempio, durante il trattamento dell’infezione SARS-CoV-2, vengono usati molti farmaci epatotossici come Lopinavir, Arbidol, Oseltamivir insieme ad agenti antipiretici contenenti paracetamolo che è noto per indurre danni al fegato quando assunto in acuto tra 7,5g e 10 g. D’altra parte, il virus porta all’attivazione di più segnali proinfiammatori tramite i TLR e l’attivazione dei linfociti T Killer. I linfociti T, una volta attivati, ​​attaccano le cellule del corpo infette, portando alla loro apoptosi e necrosi, fino a quando i linfociti T non si esauriscono. Le molecole correlate al danno che vengono rilasciate dalle cellule infette successivamente alla necrosi e all’apoptosi, possono amplificare ulteriormente alcuni segnali infiammatori, come i TLR. L’esaurimento dei linfociti T non può controllare le infezioni virali e batteriche, attivando altre vie di segnalazione infiammatoria, che comportano l’attivazione dei macrofagi e lo sviluppo di reazioni infiammatorie secondarie. Di conseguenza, il danno e la relativa insufficienza d’organo potrebbe essere dovuta alla tempesta infiammatoria in cui viene rilasciato un numero enorme di citochine che causano danni cellulari. Inoltre, anche la riduzione dell’ossigeno e l’accumulo di lipidi negli epatociti come conseguenza dell’ipossia e dello shock indotti dalle complicanze finali di COVID19 (ARDS, SIRS e MOF), possono portare ad un danno citolitico epatico. Il conseguente incremento di ROS può poi amplificare il pathway pro-infiammatorio.

Poiché ACE2 è ampiamente espresso non solo nel tessuto polmonare ma anche nel tratto gastrointestinale, nelle cellule vascolari e arteriose, nelle cellule basali della mucosa orale e nel fegato, potrebbe essere un potenziale target nel trattamento dei pazienti COVID19, con l’attivazione del pathway ACE2 /Ang1-7/Mas o l’inibizione di quello ACE/Ang II/AT1R. Inoltre, l’acido glicirrizico ad esempio, ha un potenziale legame per ACE2 ed è attualmente utilizzato nelle malattie epatiche con attività  antinfiammatoria.

Conclusioni

Le causa del danno epatico nel paziente con CVOID19+, devono essere ancora ulteriormente studiate, così come nuovi farmaci per i pazienti con malattia epatica preesistente al fine di attenuare il forte impatto dell’infezione da Sars-CoV-2 che è anche associata ad un’induzione di disfunzioni epatiche.

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