Riassunto e traduzione dell’articolo: F. Amanat, T.H.O. Nguyen, V. Chromikova, S. Strohmeier, D. Stadlbauer, A. Javier, K. Jiang, G. Asthagiri Arunkumar, J. Polanco, M. Bermudez-Gonzalez, D. Caplivski, A. Cheng, K. Kedzierska, O. Vapalahti, J. M. Hepojoki, V. Simon, F. Krammer, A serological assay to detect SARS-CoV-2 seroconversion in humans, medRxiv (Pre-print in attesa di peer review)
Riassunto e traduzione a cura di: Alessia Villois; Revisionato: Gabriele Piconi, Bernadette Basilico
Articolo Originale Pubblicato il 18 marzo 2020
Nell’articolo viene presentato lo sviluppo di un test sierologico per la diagnosi di COVID-19. Esso consiste in un saggio ELISA che utilizza antigeni ricombinanti derivati dal SARS-CoV-2. Nello studio sono stati utilizzati 59 campioni di siero sanguigno, di cui 4 positivi al SARS-Cov-2. Il metodo che viene presentato si dimostra selettivo e specifico. Basandosi su una tecnologia consolidata e relativamente semplice, questa tecnica rappresenta un promettente strumento di screening nei pazienti affetti dal virus.
La diagnosi di infezione da SARS-CoV-2 viene effettuata al momento con test genetici, ma non sierologici. In questo articolo viene determinata la sieropositività al SARS-CoV-2 con metodo ELISA (saggio immuno-assorbente legato ad un enzima). La tecnica rileva l’eventuale presenza di anticorpi nel siero sanguigno, i quali hanno come target una glicoproteina chiamata spike protein (proteina S), espressa dal virus per legarsi alle cellule che infetta.
Lo studio è stato condotto su 59 campioni di siero, provenienti da persone dai 20 ai 65+ anni, tra cui quattro campioni da tre pazienti affetti da COVID-19. Due di questi campioni sono stati prelevati dallo stesso paziente dopo 2 e 6 giorni dall’inizio dei sintomi. Negli altri due casi, i campioni sono stati prelevati dopo 4 e 20 giorni rispettivamente. Alcuni partecipanti, negativi al SARS-CoV-2, avevano avuto altre infezioni virali (hantavirus, dengue, coronavirus NL63, chikungunya).
Nello studio sono state utilizzate due versioni dell’antigene: la porzione di proteina S che si lega al recettore della cellula ospite (RBD) e l’intera proteina S. Entrambe sono state espresse sia in cellule di insetto che di mammifero. Per tutte e quattro le combinazioni di antigene e sistema di espressione, la differenza di segnale tra i pazienti di COVID19 e i controlli negativi è stata significativa. Tuttavia, la reattività dei campioni di pazienti di COVID19 è stata più marcata verso l’intera proteina S, rispetto al frammento RBD, probabilmente perché la proteina S comprende un numero maggiore di epitopi.
I 4 campioni positivi, inoltre, sono stati sottoposti ad un secondo saggio ELISA con anticorpi secondari, per indagare su quali fossero gli isotipi e sottotipi di anticorpi che reagivano maggiormente. Tutti i campioni hanno mostrato un forte segnale per IgG3, IgM e IgA. Un segnale per IgG1 è stato trovato in 3 campioni su 4. Nessun segnale è stato rilevato per IgG4, mentre IgG2 non è stato oggetto d’esame. È da notare che la risposta di IgG3 è stata maggiore di quella di IgG1, contrariamente a quanto accade per l’influenza.
In conclusione, i risultati mostrano che l’infezione da SARS-CoV-2 provoca una significativa sieroconversione e che questo saggio è in grado di rilevarla. Inoltre, gli anticorpi dei campioni positivi interagiscono sia con la proteina S che con la RBD, la quale rappresenta il target principale per gli anticorpi neutralizzanti anche nel caso di altri coronavirus.
Infine, i ricercatori hanno commentato nello specifico i risultati ottenuti da due campioni, avanzando le seguenti ipotesi:
- uno dei quattro campioni positivi è stato sottoposto ad un saggio neutralizzante in un altro studio ed è risultato avere un titolo neutralizzante di 1:160. Cio` suggerisce che la sieroconversione potrebbe portare ad un’immunizzazione, almeno per un certo tempo.
- Il test sul campione proveniente da un paziente con un’infezione da NL63 non ha mostrato alcun segnale, indicando che potrebbe non esserci cross-reattività tra coronavirus umani e SARS-CoV-2. Per quanto questo risultato sia preliminare, suggerisce che per l’uomo il virus SARS-CoV-2 sia completamente nuovo. Questo spiegherebbe l’alto indice di contagio.
Il metodo offre potenzialità di utilizzo per determinare il reale tasso di attacco ed il tasso di letalità della malattia e può essere utilizzato per determinare la cinetica della risposta immunitaria al SARS-CoV-2.
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