Bologna ma non troppo: I meandri burocratici del riconoscimento di titoli di studio esteri in Italia

di Francesco Baldi
Revisionato da Federico Forneris e Valentina Speranzini
Scarica questo Articolo in PDF

I nostri giovani sono spesso incitati a fare esperienza all’estero per poi rientrare in Italia, forti di uno svezzamento internazionale. In certi casi, purtroppo, il rientro si trasforma in una trappola burocratica: per l’amministrazione pubblica italiana, un titolo conseguito all’estero, anche se all’interno dell’Unione Europea, non é automaticamente valido. Il processo di riconoscimento é lento e dispendioso, con tempi che vanno dai 4 ai 12 mesi e spese tra i 100 e i 300 euro. Una ennesima storia di lentezze e inefficienze burocratiche italiane.

In un paese di “choosy” e “bamboccioni”, sempre piú giovani italiani sfidano gli stereotipi e decidono di tentare l’avventura all’estero. Che sia per la laurea (triennale o, piú spesso, magistrale) o per il dottorato, oggi é relativamente facile spostarsi in giro per il mondo per studiare e fare esperienza in un contesto nuovo. In Europa, poi, il processo di Bologna ha uniformato i sistemi educativi, rendendo la procedura ai limiti del banale. Paradossalmente, peró, i problemi cominciano quando si rientra in Italia: per l’amministrazione pubblica, in barba a trattati internazionali di libertá di movimento dei lavoratori e di uniformazione dei sistemi educativi, i titoli conseguiti all’estero, semplicemente, non sono buoni. Farseli riconoscere é un processo lungo, costoso e macchinoso.

Una storia di successo europeo: verso l’uniformazione dei sistemi educativi dell’unione

La strada verso unificazione dell’Unione Europea come spazio comune, e non solo mercato comune, ha nel processo di Bologna uno dei suoi percorsi chiave. Nel 1999 i rappresentanti di 29 stati europei si riunirono a Bologna per firmare un documento chiave che sancì il primo passo ufficiale verso una armonizzazione dei sistemi di istruzione superiore europei. Negli anni successivi altri paesi si sono aggiunti a tale intesa, ed oggi sono in tutto 48 i paesi che partecipano al processo di Bologna.

Tra i principi di base del processo di Bologna ritroviamo l’armonizzazione dei titoli di studio, volta a semplificare lo spostamento di lavoratori qualificati all’interno dei paesi europei, favorendo così il mercato del lavoro, lo scambio delle idee, e la possibilità di ottenere formazioni diverse. Chi scrive questo articolo è uno dei tanti che ha potuto giovare di questo sistema: dottorato in Svezia dal 2011 al 2016, ricercatore in Svizzera dal 2017 al 2018. Tutto questo, grazie a questi accordi, senza dover presentare niente piú che i certificati emessi direttamente e gratuitamente dall’universitá di Bologna, in base ai parametri definiti dalle regolamentazioni europee.

L’eccezione italiana

Come spesso accade in questi casi, purtroppo, l’Italia fa caso a sé. Nei concorsi pubblici italiani (quindi anche, per intendersi, quelli per diventare ricercatore o docente in università e nei centri di ricerca statali), le cose sono piú complicate. Quello che viene richiesto, è un certificato di equipollenza del titolo di studio conseguito all’estero, in conformità al sistema educativo italiano.

Le 12 fatiche di “Ercole il ricercatore”

La procedura per il riconoscimento del dottorato estero in Italia é un processo davvero lungo e anche il solo fatto di dover preparare tutta la documentazione da inviare al MIUR richiede un’eternità. Io tra traduzioni giurate e documenti vari non ci capisco più niente.

Non stupisce nessuno che il percorso di equipollenza non sia snello, lineare, o economico. Il dottore (triennale, magistrale, o di ricerca) è costretto in primis a ottenere la dichiarazione di valore presso l’ambasciata italiana nel paese in cui è stato conseguito il titolo. Per ottenerla, è necessario fornire una traduzione giurata del titolo di studio e inviare il titolo stesso, in originale, corredato dall’ “apostille”, un timbro apposto da un notaio del paese. Questa parte del processo può già richiedere alcuni mesi, e una spesa che varia tra i 100 e i 200 euro.

Purtroppo, non è finita qui. La dichiarazione di valore deve essere inviata al MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università, e Ricerca) con allegati tutti una serie di altri documenti, quali un Curriculum Vitae, lettere di raccomandazione del relatore di tesi, copia di un documento di identità, certificati mostranti date di inizio degli studi, conseguimento del titolo di studio, e confermante l’iscrizione a tutti gli anni accademici successivi. Il tutto corredato da due marche da bollo da 16 euro l’una, più le spese di spedizione. Un processo che, nel suo insieme, può richiedere anche sei mesi di tempo, e fino a 300 euro di spesa. D’altronde, la burocrazia all’interno della pubblica amministrazione in Italia non é nota per rapiditá ed efficienza. Scrive frustrata una ricercatrice rientrata in Italia:

Ho mandato una mail all’ufficio titoli di studio spiegando la mia situazione e cosa mi serviva da loro. Mi hanno risposto con una lista di cose di cui hanno bisogno. Alcuni documenti vanno pure mandati per posta. Io sto cercando di fare tutto in questi giorni ma con una bambina di 9 mesi vado a rilento.

Perché poi, ovviamente, tutto questo non si fa al lavoro, durante il giorno, ma una volta tornati a casa, a discapito delle proprie altre attivitá e prioritá. Altri sono piú diretti, paragonando gli uffici competenti del MIUR a un “girone infernale”.

Sospetti giustificati

Si tratta forse di un complotto dei poteri forti? Di un accanimento burocratico? Evidentemente no: tranne in casi rari, i labirinti di questo tipo nascono da ragioni comprensibili, anche se non sempre condivisibili. In questo caso, la motivazione principale sta nella scarsa fiducia nei sistemi educativi esteri, anche di alcuni di fatto parte del processo di Bologna: l’idea è che in certi paesi gli standard di qualità non siano all’altezza di quelli italiani, e quindi si vogliono garantire i diritti di chi, invece, il titolo di studio se lo è ‘sudato’.

L’idea è sensata, ma la domanda sorge spontanea: perchè in molti altri paesi non fanno così? Perché in Svezia non mi è stato richiesta l’equipollenza del mio titolo di studio italiano con il sistema svedese? Anche, qui, ahimè, almeno parte della spiegazione può essere imputata alle specificità del sistema italiano: in un paese in cui la quasi totalità delle assunzioni nel settore pubblico avviene tramite concorso, i titoli di studio, che provengano dall’MIT o dall’università del Piemonte Orientale, valgono allo stesso modo. In Svezia, non ho dovuto sostenere un concorso: il mio curriculum vitae è stato valutato da una commissione, e confrontato con quello degli altri candidati. Tra gli elementi di valutazione, ovviamente, vi è stato anche il valore dell’università che aveva rilasciato il mio titolo di laurea specialistica. In Italia, purtroppo, le cose vanno diversamente.

Siamo costruttivi: suggerimenti per migliorare

Cosa si potrebbe fare? Di sicuro si tratta di una situazione che può, e deve essere migliorata, in accordo con la visione di una necessaria internazionalizzazione dell’amministrazione pubblica in Italia, e del rispetto dei principi di libertà dei lavoratori all’interno dei confini dell’Unione Europea. Anche senza andare ad attaccare l’istituzione dei concorsi (altra quasi-anomalia Italiana, che per la sua lentezza inginocchia il sistema), si potrebbe costituire un registro delle equipollenze riconosciute negli ultimi 10 anni, e concedere a chiunque abbia ottenuto un titolo di studio in una di queste università l’equipollenza in modo automatico, limitando i controlli dettagliati ai titoli di studio ottenuti in università non ancora parte della lista. In generale ciò che deve passare è, in primis, la necessità di un aggiornamento della legislazione e una auspicabile maggiore elasticità negli ulteriori aggiornamenti che saranno necessari successivamente. A perdere, oggi, sono i ragazzi e le ragazze italiani che, dopo aver fatto esperienza all’estero, devono sottostare a spese, e stress, per la sola colpa di non aver fatto come tutti gli altri.

About the Author

Francesco Baldi
Francesco Baldi nasce a Bologna nel 1986. Fin da piccolo la sua carriera è spianata: ha 8 anni quando dichiara in TV alla "Banda dello Zecchino" di voler diventare ingegnere dei trasporti. A 14, ispirato da un articolo su Focus letto in attesa dal dentista, vira sull'ingegneria energetica. Nel 2008 e 2011 le lauree triennale e specialistica, con annessi un anno e sei mesi a Parigi. Dall'esperienza transalpina proseguirà ancora in giro: dottorando in efficienza energetica in ambito navale fino a metà 2016 alla Chalmers University of Technology di Goteborg, in Svezia, poi prosegue sulla stessa traccia per altri due anni in Svizzera, passando per Scozia e Finlandia. La nostalgia di casa lo porta a solcare nuovamente le terre natie, e dal gennaio 2019 è ricercatore in ENEA. Tra un articolo scientifico e l'altro si diletta anche di scrittura: brevemente giornalista sportivo per Goal.com (rigorosamente gratis), un blog di viaggio, un libro iniziato e mai finito e uno completato a quattro mani con un'amica, dalla mirabolante tiratura di 10 copie.

Be the first to comment on "Bologna ma non troppo: I meandri burocratici del riconoscimento di titoli di studio esteri in Italia"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*