Come posso prendermi cura della mia Salute Mentale

di Tiziana Campanella
Editor: Umberto Maria Meotto, Federico Forneris
Revisori Esperti: Carola Salvi, Emanuela Offidani
Revisori Naive: Edoardo Migliori, Anonimo
Immagini a cura di Umberto M. Meotto

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Sono trascorsi 40 anni dalla Legge 180 (nota anche come Legge Basaglia) che nel 1978 sancì la chiusura dei manicomi e istituì i servizi di igiene mentale, con lo scopo principale di non ledere la dignità e la qualità della vita delle persone, rispettandone la libertà. L’obiettivo fu quello di mettere al centro del processo di cura l’uomo e i suoi bisogni. La Legge 180 ha contribuito a diffondere a livello territoriale un’assistenza che mira alla prevenzione, cura e riabilitazione, con più di 183 Dipartimenti di Salute Mentale, divenendo a livello internazionale modello di riferimento. Sfortunatamente non è sufficiente.

Sebbene secondo l’analisi dei dati dell’Istituto Superiore di Sanità [3], l’incidenza della depressione sia lievemente diminuita in Italia, essa rimane ancora un fenomeno di vasta entità, cui si aggiunge, oggi, un diminuito benessere psicologico tra giovani e adulti [4]. Secondo l’analisi dei dati del Sistema Informativo per la Salute Mentale del 2015 [5] gli utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici nel corso del 2015 ammontano a 777.035 unità (mancano i dati della Valle d’Aosta, della P.A. di Bolzano e della Sardegna), con tassi standardizzati che vanno dal 107,73 per 10.000 abitanti adulti in Basilicata fino a 205,82 nella regione Emilia Romagna (fig.1).

Figura 1 – Figura 1. Prevalenza degli utenti trattati - tasso standardizzato per 10.000 abitanti. Il “rapporto salute mentale” è stato presentato a Roma in occasione del Convegno del 4 dicembre 2016 ed è il risultato dei dati rilevati su territorio nazionale attraverso il sistema informativo per la salute mentale (SISM) [5].

Figura 1 – Prevalenza degli utenti trattati – tasso standardizzato per 10.000 abitanti. Il “rapporto salute mentale” è stato presentato a Roma in occasione del Convegno del 4 dicembre 2016 ed è il risultato dei dati rilevati su territorio nazionale attraverso il sistema informativo per la salute mentale (SISM) [5].

Inoltre emerge che in Italia la patologia più frequente, è la depressione (16,3 casi su 10.000 ab.) seguita dalle sindromi nevrotiche e somatoformi (10,6 casi su 10.000 ab.), schizofrenia e altre psicosi funzionali (6,1 casi su 10.000 ab., fig. 2).

 

Cosa non va?

L’ipotesi sottostante, tacitamente condivisa, è quella di ritenere che i servizi territoriali siano, da soli, in grado di rispondere in modo univoco ai problemi, dimenticando come, al cambiamento strutturale dei servizi, deve poter corrispondere necessariamente, anche un cambiamento culturale. Dal Piano di Azione sulla Salute Mentale [6] emerge come, per ottenere un sistema di cura più efficace, sia indispensabile puntare alla prevenzione e colmare il divario tra il modello ideale di cura della persona con malattia mentale e la concretezza della prassi. Questo vuol dire avvicinare sempre di più il cittadino alla cultura della salute mentale per avere piena consapevolezza dei diritti e delle informazioni circa il proprio benessere. Puntando a creare una cultura non di emergenza ma di conoscenza, al fine di abbattere così uno dei più grandi fenomeni legati alla salute mentale, il pregiudizio sociale e il relativo stigma. Un contributo importante alla lotta estenuante contro lo stigma è stato fornito dal dottor Luigi Attenasio, presidente di Psichiatria Democratica fino al 2015 e tra i fautori della chiusura dei manicomi. Nei suoi saggi, egli denuncia l’effetto tossico che lo stigma può comportare, “ostacolando la già faticosa guarigione e le ferite che uno porta con sé” [7]. Come riportano gli esperti del settore, per favorire il piano di azione occorre un investimento attivo nel cercare di portare la salute mentale nella quotidianità del cittadino.

Il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) chiama in causa [8] sia i principi della bioetica clinica, sia la responsabilità sociale verso i perduranti fenomeni di stigma e di discriminazione, la carente inclusione, il non completo riconoscimento di diritti umani fondamentali. Nella Dichiarazione sulla Salute mentale in Europa, firmata ad Helsinki nel 2005 [9], si Legge: Non c’è salute senza salute mentale, sottolineando l’importanza della lotta allo stigma e alla discriminazione, a favore della salvaguardia dei diritti umani e della dignità delle persone con malattie mentali, così come della loro inclusione sociale. Un ruolo fondamentale è conferito proprio all’importanza dell’informazione con uno scopo ben preciso: quello di rafforzare le capacità delle persone con malattia mentale, e incrementare la cultura alla salute, che non può prescindere da quella mentale.

 

Cosa vuol dire?

Vuol dire restituire alla persona che vive un momento di disagio, che sia cronico o acuto, la possibilità di sviluppare appieno il proprio diritto alle decisioni circa la cura, di vestire un ruolo attivo piuttosto che passivo, interattivo e non ricettivo. L’importanza della tutela della propria autonomia e dignità è fondamentale per sviluppare una cultura di recovery [10], cioè consentire alla persona di riconoscere il proprio potenziale nel gestire la propria condizione, e di empowerment [11], per offrire alla persona la possibilità di sentirsi agente attivo dei piani terapeutici, offrendo al paziente la possibilità di scelta e di coinvolgimento, ponendo ascolto e attenzione alle sue esigenze e culture.

Se fondamentale appare, dunque, nella cura, sapere che si può e si ha il diritto di sentirsi parte interagente del proprio benessere, lo è ancora di più nella prevenzione.

Purtroppo, il pregiudizio sociale e lo stigma, che da sempre hanno accompagnato l’immagine del malato mentale, hanno contribuito, nel corso della storia, a consolidare l’idea di malato come irreversibile, pericoloso, destinato, dunque, a vivere ai margini della società. Una persona cardiopatica, affetta da diabete, o con un tumore, non viene emarginata, perché non viene identificata con la malattia. Nella psichiatria, purtroppo non è così. Oggi esistono tentativi di sovvertire questo stereotipo, proprio mirando a offrire al cittadino un’accurata informazione su ciò che concerne la salute mentale. L’idea è quella di abbandonare il modo in cui si pensa la malattia mentale, imparando a indossare un paio di occhiali differenti, che permettano di guardare la persona nella sua interezza e di vederla per ciò che è: una persona che si ritrova ad affrontare un periodo vulnerabile della propria vita. La persona non è la depressione, ma ci si rannicchia dentro come se lo fosse, e la cultura e lo stigma non fanno altro che rinforzare questo atteggiamento.

Il motivo per cui è così difficile guardare alla persona, piuttosto che alla malattia, è che questo ci fa paura, perché soffermandoci ad ascoltare la storia, i pensieri e i sentimenti di quella persona, nella delicata fase della vita che essa vive, potremmo scoprire che ci riguarda molto più di quel che immaginavamo.

Glossario

  • Coping: strategia di adattamento. indica l’insieme dei meccanismi psicologici adattativi messi in atto da un individuo per fronteggiare problemi personali ed interpersonali, allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress ed il conflitto [Snyder, C. R., Coping : the psychology of what works, Oxford University Press, 1999].
  • Empowerment: in pedagogia e psicologia sociale, processo di riconquista della consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità e del proprio agire. Etimologia: ← voce ingl.; propr. ‘conferimento di potere’ [Garzanti Linguistica].
  • Pregiudizio Sociale: alla lettera e in senso generale il pregiudizio è un giudizio anticipato rispetto alla valutazione dei fatti [Treccani]. In senso più tecnico e restrittivo il vocabolo serve invece a designare, e inscindibilmente a connotare in senso negativo, qualsiasi atteggiamento sfavorevole o ostile, in particolare quando esso presenti caratteri di superficialità e indebita generalizzazione (v. Allport, 1954).
  • Psicosi Funzionali: Le psicosi classicamente vengono distinte in: psicosi organiche, legate a un’alterazione somatica da causa nota (processi degenerativi, infezioni, disturbi circolatori, traumi cranici, tumori, intossicazioni), caratterizzate in particolare da una compromissione di funzioni elementari (turbe della memoria, dell’attenzione, dello stato di coscienza ecc.); psicosi funzionali (o psicosi endogene), per le quali non è riconoscibile una precisa base organica, caratterizzate da una sintomatologia diversificata con disturbi dell’affettività, del pensiero ecc…
  • Recovery: un processo di cambiamento attraverso cui l’individuo migliora la propria salute e benessere, vive in modo “self-directed” e si impegna a vivere al meglio delle proprie potenzialità [Substance Abuse and Mental Health Services Administration, www.samhsa.gov].
  • Resilienza: capacità di resistere e di reagire di fronte a difficoltà, avversità, eventi negativi ecc… [Garzanti Linguistica].
  • Stigma: Lo stigma consiste in una attribuzione di pregiudizio infondato che ha come conseguenza l’isolamento del malato e l’incurabilità [State of Mind].

Capita a chiunque di inciampare. E di cadere.

Ma diviene più importante capire come rialzarsi, piuttosto che giudicare o giudicarsi. Il concetto di pregiudizio è legato al concetto di diversità [12], che accomuna fenomeni sociali che hanno come uguale denominatore il rischio di emarginazione (immigrati, portatori di handicap, nomadi, ecc…). Non è solo compito degli operatori sanitari favorire la lotta al pregiudizio, ma anche e soprattutto responsabilità collettiva. L’altro, non conosciuto, pone il problema dell’alterità, esprime la radicale diversità e incomprensibilità, quindi ciò che non è familiare diviene potenzialmente nemico [7].

Quello che non appartiene alla nostra cultura è la facoltà (e il diritto) di chiedere prontamente aiuto. Aiuto proprio come si corre dal medico quando il cuore sobbalza e ci sembra di avere un infarto, o quando la pressione gioca scherzi di ribellione, o lo stomaco brontola dalla rabbia; bisognerebbe, invece, più correttamente, iniziare a reintrodurre i concetti di psicosomatica intesa come possibilità di non vedere separati mente e corpo, ma integrati [13].

Essere consapevoli delle relazioni che intercorrono tra il nostro corpo e la nostra mente è fondamentale per non sottovalutare disagi o momenti di crisi che presentano sintomi silenziosi e non ascoltati che, se protratti nel tempo, possono divenire cronici. E questo non fa che incrementare il divario esistente tra la presa in carico della medicina (il corpo) e la presa in carico della psichiatria (la mente), come branche incompatibili tra loro.

Vero è che la complessità dei Servizi Territoriali, sembra prevalentemente fruibile solo dai pazienti psichiatrici “gravi”, che presentano, come dice la Legge 180, alterazioni psichiche tali da richiedere un intervento terapeutico psichiatrico [14]. Si tratta di forme che, in sintesi, cadono entro le aree della schizofrenia, della paranoia, della depressione o della psicopatia.

Figura 2. Incidenza degli utenti trattati - tasso standardizzato per 10.000 abitanti [5].

Figura 2 – Incidenza degli utenti trattati – tasso standardizzato per 10.000 abitanti [5].

Chi e quali servizi rispondono invece a tutte quelle situazioni di crisi o di disagio che potrebbero essere definite come “non gravi”, e far sì che non lo diventino?

La risposta più immediata a tutta quella sintomatologia che trasversalmente attraversa diverse problematiche psicologiche, come insonnia, ansia generale, disturbi gastrointestinali, ecc., viene offerta dai medici di base, che sostanzialmente rispondono però, non con un ascolto o un rinvio dallo specialista, psicologo psicoterapeuta, psichiatra, ma nella maggior parte dei casi, con un incremento di un’altra problematica che è “l’uso e l’abuso degli psicofarmaci” (Cipriani, P., 2015)[15]. Bisogna contribuire, come sostiene Cipriani, a diffondere l’idea che oggi il manicomio non sia più rappresentato da fasce e muri, o sbarre, ma sia diventato astratto, invisibile. Il vero manicomio oggi sono gli psicofarmaci che riducono gli stati d’animo (lutto, rabbia, timidezza, tristezza, disattenzione) a patologie unicamente da curare con il farmaco giusto.

Tra queste due alternative, cioè rivolgersi ai Servizi Territoriali in caso di “gravità” e il tenere a bada la sintomatologia attraverso la prescrizione del farmaco, esiste la possibilità di iniziare a diffondere una cultura in cui re-imparare a prendersi cura anche della propria salute mentale e disabituarsi a rivolgersi a un professionista della salute mentale, sia esso psicologo, psicoterapeuta, o psichiatra, privato e pubblico, sempre e solo come se fosse l’ultima spiaggia. Più deleghiamo e ritardiamo la presa in carico della nostra stessa salute mentale, più ci inganniamo ed evitiamo di ascoltare e di riconoscere ciò che in quel preciso momento della nostra vita accade, perdendo così l’occasione di acquisire una migliore consapevolezza di noi stessi e una maggiore padronanza delle emozioni. Come suggerito dal Piano Nazionale di azioni per la salute mentale (PANSM): “I dati disponibili sulle attività dei DSM e dei servizi per i disturbi neuropsichici dell’infanzia e dell’adolescenza sembrano indicare una scarsa progettualità nei percorsi di assistenza. Tale situazione, riconducibile a una insufficiente differenziazione della domanda genera il pericolo di un utilizzo delle risorse non appropriato alla complessità dei bisogni presentati dagli utenti. In molti casi, gli utenti con disturbi gravi ricevono percorsi di assistenza simili agli utenti con disturbi comuni e viceversa” [16]. L’informazione e la prevenzione giocano dunque, un ruolo fondamentale [17].

 

Che cosa si può fare?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità [18], la promozione della qualità della vita e della salute mentale può derivare da diverse iniziative, tra cui:

  • strategie per migliorare la qualità delle relazioni interpersonali e atteggiamenti di collaborazione costruttiva a partire dalle scuole;
  • strategie di trattamento precoce dei disturbi psichici, in particolare quelli più frequenti (depressione e varie forme d’ansia);
  • promozione delle capacità di coping delle famiglie con un familiare con un disturbo grave;
  • promozione psicoeducativa nelle scuole dei concetti di autoefficacia e di intelligenza emotiva;
  • promozione della salute mentale sui luoghi di lavoro;
  • sostegno a giovani madri a rischio;
  • promozione di opuscoli informativi e gruppi di discussione per i cittadini.

Infine, non bisogna dimenticare che la prevenzione non è, e non può essere, delegata solo ai servizi, agli operatori, ma deve partire da noi stessi. Se riuscissimo ad ammettere che sì, a volte nella vita, si ha bisogno di aiuto, o di una guida che ci aiuti a districare il gomitolo emozionale dentro cui ci siamo invischiati, allora sarebbe già un passo in avanti verso quella che chiamiamo “prevenzione” (ndA). Questa deve avere la stessa cura, importanza e continuità, di quando proteggiamo i nostri denti per non correre dal dentista, che troppo ci costa; deve avere la stessa attenzione che dedichiamo al nostro corpo per mantenerlo in forma, ad esempio con una dieta, ecc.

Come sostenuto da Lowen e altri autori [19,20,21]: “il corpo e la mente non sono separati. Sono uno lo specchio dell’altro.”

Eppure, ci muoviamo unicamente con l’intenzione di curare il corpo [22], cadendo nell’illusione che la mente possa fare da sé, o peggio, che non abbiamo bisogno di aiuto perché rivolgersi a qualcuno, in questo caso, vorrebbe dire sentirsi fragile, ammettere le proprie vulnerabilità, che la società tende a negare. Purtroppo, la rincorsa alla cura della sola immagine [23] e l’introduzione dei social network, che non costituiscono la causa ma amplificano il fenomeno, fanno sì che venga dato sempre meno spazio nella nostra cultura, ai sentimenti, alle relazioni vere (e non virtuali), con un conseguente dilagare di individualismo e narcisismo, a discapito dei reali bisogni (che sono basati sulle emozioni e non sulle immagini) e di una cura alla costruzione di legami duraturi e profondi.

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci consente di essere sempre in “connessione” con gli altri, eppure la condizione esistenziale più diffusa è il sentimento di solitudine [24]. Nella nostra società assistiamo da quindici anni, secondo Kimberley [25], al disfacimento della famiglia e della comunità con un proliferare di isolamento e paura, che divengono i nuovi mali verso cui la comunità di internet sembra illusoriamente porre rimedio. Secondo l’autrice «l’infelicità crea un terreno di coltura favorevole per tutti i tipi di dipendenza», e depotenzia la fiducia nelle relazioni che si impoveriscono sempre di più.

È triste tutto questo, ma è un dato di fatto [26] che richiama la necessità di una controrivoluzione emotiva, che riporti alla ribalta l’esperienza autentica del contatto con l’altro, esperienza che non potrà mai essere sostituita da una virtuale. Reimparare a coltivare sane emozioni, per disabituarsi dalla regola che spopola nella nostra era del “tutto e subito” e dell’immediatezza. Affondare le proprie radici e i propri principi entro una dimensione più naturale, fatta di obiettivi sani e salutari, che mirano alla socialità e alla cooperazione, all’aiuto e all’altruismo, mirando a obiettivi alti ma con basse aspettative, procedendo con sforzo e impegno emotivo per il raggiungimento di uno scopo.

Puntare insomma verso la promozione di un’intelligenza emotiva (Goleman, [27]), che miri alla condivisione relazionale di sensazioni, emozioni e sentimenti per imparare strategie efficaci e funzionali per far fronte a situazioni stressanti e di crisi. Coltivando una cultura (individuale, di gruppo e comunitaria) di reciproco aiuto e di resilienza. Resilienza vuol dire proprio imparare a rialzarsi quando si cade, coltivare l’abitudine della gratitudine piuttosto che della critica, per dirla in termini buddhisti. Di apertura all’altro piuttosto che di chiusura. Imparando a non vedere la persona con disagio mentale come altro-da sé ma come persona dignitosa e meritevole di cura e attenzioni. Questo concorrerebbe alla riduzione dello stigma. Perché ciò che serve recuperare non è il malato mentale, ma l’intera condizione esistenziale in cui tutti siamo immersi, e di cui alcuni diventano portavoce.

Bibliografia

[1] Testo integrale Legge 13 Maggio 1978 n. 180 su salute.gov.it.

[2] Starace F., Baccari F., Mungai F. (2017), (a cura di) La salute mentale in Italia. Analisi delle strutture e delle attività dei Dipartimenti di Salute Mentale, Quaderni di Epidemiologia Psichiatrica, n. 1, 2017

[3] dati dal Portale per l’epidemiologia ww.epicentro.iss.it Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute, Istituto superiore di sanità, Roma.

[4] Istat (2017), La salute mentale in Italia, cosa ci dicono i dati dell’Istat, XXI Congresso Nazionale della Società Italiana di Psicopatologia, Roma

[5] Ministero della salute (2016), Rapporto salute mentale. Analisi dei dati del Sistema Informativo per la Salute Mentale SISM, Ministero della salute mentale, 2015

[6] Organizzazione Mondiale della Sanità (2013), Mental Health Action Plan 2013-2020, World Health Organization 2013

[7] Attenasio L. (2003), (a cura di), Dialogo con la follia. Un approccio collettivo al trattamento del paziente grave, Armando Editore, Roma

[8] CNB (2017), La cura delle persone con malattie mentali, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2017

[9] Organizzazione Mondiale della Sanità (2005), Conferenza Ministeriale Europea sulla Salute mentale, Dichiarazione sulla Salute mentale per l’Europa, Helsinki, Finlandia, 12-15 gennaio 2005

[10] Maone A., D’Avanzo B. (2015), Recovery. Nuovi paradigmi per la salute mentale, Raffaello Cortina Editore, Milano

[11] Straticò E. (2008), L’empowerment e i servizi di salute mentale. Manuale per gli operatori, CIC Edizioni Internazionali, Roma

[12] Digilio G. (2005), Pratiche e politiche per la salute mentale. “Insieme contro lo stigma”: esperienze e progetti a Roma, Armando Editore, Roma

[13] Biondi M. (2011), Mente e cura in https://www.menteecura.it/n2-2011/pdf/2.Interviste%20a%20M.%20Biondi%20e%20M.%20Cuzzolaro%202_2011.pdf

[14] Carli R. (2011), Malati psichiatrici e domanda psicoterapeutica nei servizi di salute mentale, in Rivista di Psicologia Clinica, n. 2, 2011

[15] Cipriani P. (2015), Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante, Eleuthera, Milano

[16] Ministero della Salute (2014), Definizione dei percorsi di cura, da attivare nei Dipartimenti di salute mentale, per i disturbi schizofrenici, i disturbi dell’umore, i disturbi gravi di personalità, Accordo Conferenza Unificata, 13 novembre 2014.

[17] Becciu M., Colasanti A. R., (2016), Prevenzione e salute mentale. Manuale di psicologia preventiva, Raffaello Cortina Editore, Milano

[18] World Mental Health Day, (2011), Una politica per la promozione della salute mentale, su Il portale dell’epidemiologia della sanità pubblica

[19] Lowen A. (2009), La voce del corpo, Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma

[20] Downing G. (1995), Il corpo e la parola, Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma

[21] Ogden P., Minton K., Pain C. (2012), Il trauma e il corpo. Manuale di psicoterapia sensomotoria, Istituto di Scienze Cognitive Editore

[22] Lowen A. (1993), Il tradimento del Corpo, Edizioni Mediterranee, Roma

[23] Lowen. A. (1985), Il narcisismo, Feltrinelli Editore, Milano

[24] Galgani F., Ripa G. (2016), L’era della simulazione ovvero l’oscuro desiderio di essere sempre connessi: Pericoli potenziali e reali che la “connessione virtuale” porta con sé, ebook

[25] Kimberley J. S. (2000), Presi nella rete. Intossicazione e dipendenza da Internet, Calderini editore, Milano

[26] Turkle S. (2012), Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Codice editore, Torino

[27] Goleman D. (2011), L’intelligenza emotiva, Bur edizioni, Milano

Info sui Revisori di questo articolo

Carola Salvi studia neuroscienze cognitive presso il laboratorio di Mark Beeman della Northwestern University.
Emanuela Offidani è Assistant Professor alla Pennsylvania State University dove si occupa di valutazione dello stress psicologico e il suo impatto sulla salute.
Edoardo Migliori ha ottenuto, nel 2017, un PhD in Scienze Biomediche e Farmaceutiche all’Université Libre de Bruxelles. Ora sta iniziando un post-dottorato in immunoterapia alla Columbia University a NYC.
Ringraziamo inoltre il secondo revisore naive che ha chiesto di rimanere anonimo.

About the Author

Tiziana Campanella
Tiziana Campanella, psicologa psicoterapeuta nata a Putignano nel 1982 ha conseguito la laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche nel 2005, la laurea magistrale in Psicologia Dinamica e Clinica della Persona, delle Organizzazioni e della Comunità nel 2007 entrambe presso la Facoltà di Medicina e Psicologia all’Università La Sapienza di Roma. Nel 2012 consegue il Corso di Specializzazione in psicoterapia individuale e di gruppo a indirizzo bioenergetico presso la Società Italiana di Analisi Bioenergetica di Roma. Lavora come caporedattrice presso il Centro Studi e Documentazione “Luigi Attenasio – Vieri Marzi” del Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma 2, dal duplice scopo, quello terapeutico-riabilitativo e quello divulgativo. Ha pubblicato due romanzi, Ti porto dentro, e Nella mente di Jane, è stata finalista al Premio Nazionale Giovani terapeuti organizzato dal II Congresso SIPSIC con La relazione terapeutica in analisi bioenergetica: una musica in grado di accordare ed è coautrice con Infantino G. – dirigente presso il DSM ASL Roma2 – del manuale Salute mentale e governance. Una cultura condivisa e le ragioni di una filosofia organizzativa.

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