I gamberetti contribuiscono alla produzione di microplastiche!

Le microplastiche (particelle tra 0,1 um e 5mm) sono ormai ubiquitarie, finiscono nei mari e negli oceani, dove vengono trasportate dalle correnti ed entrano nella catena alimentare venendo ingerite da pesci, molluschi e uccelli. Sono state ritrovate nelle acque potabili di diversi paesi, e nei ghiacci dell’Antartico. Uno studio del 2015 stima che ogni anno negli oceani arrivino tra 93 mila e 236 mila tonnellate di microplastiche, di cui una fonte consistente sono i cosmetici. Già in passato è stato mostrato come le microplastiche ingerite dagli organismi alla base della catena alimentare possano risultare tossiche, con un impatto sia sulla salute del singolo organismo sia sulla sua funzione ecosistemica.
Adesso, un nuovo studio, condotto da ricercatori dell’Università di Plymouth, mette in luce un aspetto legato alla formazione e diffusione delle microplastiche: alcuni organismi marini (in particolare lo studio ha utilizzato l’anfipode O. gammarellus, un gamberetto) sono in grado di tagliuzzare la plastica con cui vengono a contatto, arrivando a formare, da un singolo sacchetto di plastica, fino a 1,75 milioni di frammenti di microplastiche. Durante gli esperimenti infatti, non solo il materiale plastico veniva trovato tagliuzzato, ma residui di microplastiche venivano trovate nel materiale fecale dei gamberetti.
Inoltre gli autori volevano verificare se i diversi tipi di plastica e la presenza di biofilm alterassero la velocità con cui la plastica viene ridotta di dimensione: mentre la presenza di biofilm aumentava la quantità di plastica che gli anfipodi erano in grado di tagliuzzare anche di quattro volte, non c’erano differenze dovute alla tipologia di plastica, che fosse convenzionale, degradabile o biodegradabile. Successivamente, alcune osservazioni condotte in mare hanno confermato che anche nell’ambiente si verifica una simile riduzione della dimensione della plastica, e le quantità dipendono principalmente dalla densità degli anfipodi. Ovviamente secondo i ricercatori, organismi differenti potrebbero tagliuzzare la plastica con velocità diverse, e quindi con impatti differenti sull’ambiente. L’articolo scientifico è stato pubblicato su Marine Pollution Bulletin.
 


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