Nuove prospettive nella cura del melanoma: identificato un possibile target terapeutico nel cosiddetto ”DNA spazzatura”

di Eleonora Leucci
Revisionato da Erica Repaci e Valentina Speranzini

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Sono una ricercatrice presso l’Istituto Fiammingo di Biotecnologie (VIB) e l’Università di Leuven (KU Leuven) in Belgio e l’articolo che segue spiega i risultati di uno studio preclinico sul melanoma, che io e Roberto Vendramin, un dottorando presso lo stesso istituto, abbiamo ottenuto sotto la supervisione del Prof. Jean-Christophe Marine e in collaborazione con l’Università di Gent (UGent). I risultati del nostro studio sono stati pubblicati questo mese sulla prestigiosa rivista Nature.

Il melanoma è un tipo di cancro della pelle particolarmente resistente alla chemioterapia convenzionale che tuttavia, se individuato nelle fasi iniziali, può essere curato tramite rimozione chirurgica. Sfortunatamente però, la sua identificazione non è un’impresa facile, di conseguenza molti dei pazienti arrivano in clinica già in stadio avanzato, quando ormai le cellule tumorali si stanno diffondendo nell’organismo [footnote number=”1″ ]Singh BP, Salama AK. Updates in Therapy for Advanced Melanoma. Cancers (Basel). 2016 Jan 15;8(1). pii: E17[/footnote]. Il melanoma deriva dalla trasformazione maligna dei melanociti, le cellule produttrici del pigmento della nostra pelle; tale pigmento, chiamato melanina, è essenziale per proteggerci dalle radiazioni ultraviolette [footnote number=”1″ ]Singh BP, Salama AK. Updates in Therapy for Advanced Melanoma. Cancers (Basel). 2016 Jan 15;8(1). pii: E17[/footnote]. La trasformazione maligna nel melanoma è causata principalmente da mutazioni che promuovono l’iperattivazione della cascata del segnale di RAS. Tali mutazioni di solito colpiscono RAS stesso o BRAF, più a valle [footnote number=”1″ ]Singh BP, Salama AK. Updates in Therapy for Advanced Melanoma. Cancers (Basel). 2016 Jan 15;8(1). pii: E17[/footnote]. Di recente sono stati sviluppati alcuni inibitori in grado di riconoscere e inattivare in maniera specifica l’attività di BRAF mutante (noto come BRAFV600E), e di conseguenza colpire selettivamente le cellule malate. Purtroppo però la mutazione è presente solamente nel 50% dei pazienti. Inoltre, nonostante l’efficacia del trattamento durante le fasi iniziali, tutti i pazienti sviluppano resistenza al trattamento con conseguente ricrescita della massa tumorale in pochi mesi [footnote number=”1″ ]Singh BP, Salama AK. Updates in Therapy for Advanced Melanoma. Cancers (Basel). 2016 Jan 15;8(1). pii: E17[/footnote].

Cascata del segnale di RAS

Il nome RAS identifica una famiglia di proteine che sono implicate nella trasmissione di segnali all’interno della cellula. La cascata di RAS è innescata da stimoli provenienti dall’esterno, quali ormoni o fattori di crescita e causa un effetto domino che attiva una serie di proteine, tra cui BRAF, avendo come risultato finale la crescita, il differenziamento e la sopravvivenza delle cellule. Sebbene sia essenziale, RAS è stato anche il primo protoncogene identificato, ossia il primo gene la cui mutazione è causa di trasformazione maligna. Mutazioni di BRAF o RAS hanno infatti come risultato, l’attivazione incontrollata della cascata indipendentemente dalla presenza di stimoli esterni e hanno come conseguenza la crescita incontrollata delle cellule [footnote number=”4″ ]Pylayeva-Gupta Y, Grabocka E, Bar-Sagi D. RAS oncogenes: weaving a tumorigenic web. Nat Rev Cancer. 2011 Oct 13; 11(11):761-774[/footnote].

Nel corso del nostro studio, abbiamo identificato una molecola, più precisamente un lungo RNA non-codificante (long non-coding RNA, lncRNA), SAMMSON, che è presente all’interno delle cellule di melanoma nel 90% dei pazienti ma non nei loro tessuti normali [footnote number=”2″ ]Leucci E, Vendramin R, Spinazzi M, Laurette P, Fiers M, Wouters J, Radaelli E, Eyckerman S, Leonelli C, Vanderheyden K, Rogiers A, Hermans E, Baatsen P, Aerts S, Amant F, Van Aelst S, van den Oord J, de Strooper B, Davidson I, Lafontaine DL, Gevaert K, Vandesompele J, Mestdagh P, Marine JC. Melanoma addiction to the long non-coding RNA SAMMSON. Nature. 2016 Mar 24; 531(7595): 518-522[/footnote]. I lncRNA sono prodotti da tratti di DNA che fino a poco tempo fa erano considerati “spazzatura,” in quanto mancanti delle informazioni necessarie per produrre le proteine, ovvero gli esecutori della maggior parte delle funzioni cellulari. In realtà studi recenti hanno dimostrato che queste molecole possono avere delle funzioni vitali in vari processi fisiologici e patologici incluso il cancro [footnote number=”3″ ]Huarte M. The emerging role of lncRNAs in cancer. Nat Med. 2015 Nov; 21(11):1253-1261[/footnote].
Durante le nostre ricerche ci siamo accorti che SAMMSON è localizzato prevalentemente nei mitocondri delle cellule cancerose. I mitocondri sono dei compartimenti all’interno della cellula, separati da una doppia membrana. Essi rappresentano le centrali elettriche della cellula e sono anche implicati nella sintesi di diversi componenti di cui è costituita la cellula stessa. Un danno importante e non riparabile a questi organelli quindi, una volta accertato, porterà alla morte della cellula. Nel nostro studio abbiamo dimostrato che in seguito all’eliminazione di SAMMSON, una proteina (chiamata p32) che normalmente è localizzata nei mitocondri ed è essenziale per il mantenimento della loro integrità, viene esclusa da questi compartimenti. Ciò innesca una cascata di eventi che porta a un serio danno strutturale dei mitocondri che culmina nella morte della cellula tumorale.
È importante sottolineare che SAMMSON comincia ad apparire nelle cellule tumorali all’inizio della trasformazione e di conseguenza potrebbe essere sperimentato per diagnosticare precocemente la malattia, quando è ancora in uno stadio facilmente curabile. Inoltre la sua presenza nella maggioranza dei pazienti, esclusivamente nelle cellule maligne suggerisce che potrebbe essere anche un target terapeutico ideale. Per questo motivo, abbiamo testato gli effetti dell’inibizione di SAMMSON dapprima in vitro, su linee cellulari derivate da pazienti con diverso profilo genetico, e anche in cellule che avevano sviluppato resistenza agli inibitori usati in clinica, mimando quindi la ricaduta del paziente. In tutti i casi, l’inibizione di SAMMSON era in grado di causare la morte delle cellule tumorali in maniera massiccia. Incoraggiati da questi risultati, abbiamo testato l’efficacia di questa terapia lavorando con animali da laboratorio portatori di melanomi provenienti da pazienti in clinica. I nostri risultati mostrano che l’inibizione di SAMMSON ha risultati comparabili a quelli ottenuti con l’inibizione di BRAF mutato usato di routine in clinica. In entrambi i casi infatti si è potuto osservare una stabilizzazione della crescita tumorale. Inoltre, la combinazione del nostro inibitore con molecole comunemente usate in clinica come il Dabrafenib ha portato a una rilevante riduzione della massa tumorale.
È stato stimato che ogni anno 132.000 persone nel mondo si ammalano di melanoma. Di questi solo il 50% di loro possiede la mutazione di BRAF che gli consentirà di essere sottoposti a una cura a base dell’inibitore di BRAF. Tutti loro svilupperanno presto o tardi resistenza al trattamento. L’altra metà dei pazienti, se lo stadio non è troppo avanzato, saranno sottoposti ad immunoterapia, ovvero la sollecitazione del sistema immunitario del paziente ad attaccare il tumore stesso, un trattamento che di recente ha dato risultati molto promettenti. Tuttavia, solo il 50% dei pazienti sottoposti ad immunoterapia risponde positivamente al trattamento andando tuttavia incontro a significativi effetti collaterali. Inoltre anche i pazienti sottoposti ad immunoterapia sono soggetti a ricaduta.
Nel nostro studio abbiamo dimostrato di poter virtualmente trattare il 90% dei malati di melanoma, inclusi i pazienti che hanno già sviluppato resistenza all’inibitore di BRAF mutato. Questo studio pre-clinico dunque, apre importanti prospettive per la cura del melanoma.

Bibliografia

[1][2][3][4] Singh BP, Salama AK. Updates in Therapy for Advanced Melanoma. Cancers (Basel). 2016 Jan 15; 8(1). pii: E17.

[5] Pylayeva-Gupta Y, Grabocka E, Bar-Sagi D. RAS oncogenes: weaving a tumorigenic web. Nat Rev Cancer. 2011 Oct 13; 11(11):761-774.

[6] Leucci E, Vendramin R, Spinazzi M, Laurette P, Fiers M, Wouters J, Radaelli E, Eyckerman S, Leonelli C, Vanderheyden K, Rogiers A, Hermans E, Baatsen P, Aerts S, Amant F, Van Aelst S, van den Oord J, de Strooper B, Davidson I, Lafontaine DL, Gevaert K, Vandesompele J, Mestdagh P, Marine JC. Melanoma addiction to the long non-coding RNA SAMMSON. Nature. 2016 Mar 24; 531(7595): 518-522.

[7] Huarte M. The emerging role of lncRNAs in cancer. Nat Med. 2015 Nov; 21(11):1253-1261.

About the Author

Eleonora Leucci
Eleonora Leucci si è laureata in Biologia Molecolare nel 2003 e ha ottenuto un Dottorato di ricerca in Biotecnologie Mediche nel 2007 presso l’Università di Siena, dove ha studiato il ruolo dei microRNA nell’insorgenza dei linfomi. Il suo studio sull’espressione del miR-34b nel linfoma di Burkitt è citato da tutti I testi di ematopatologia. Nel 2008 si è trasferita in Danimarca al BRIC (Københavns Universitet) per approfondire I suoi studi sugli RNA non-codificanti e il loro contributo allo sviluppo del cancro. Attualmente Eleonora è un ricercatore presso il VIB e KU Leuven dal 2012 dove studia il ruolo degli RNA non-codificanti nello sviluppo del melanoma.

3 Comments on "Nuove prospettive nella cura del melanoma: identificato un possibile target terapeutico nel cosiddetto ”DNA spazzatura”"

  1. andrea nascimben | 30 Novembre 2017 at 12:30 |

    Buongiorno Eleonora

    innanzitutto la ringrazio per la sua cortese risposta, in secondo luogo mi scuso se nel testo vi sono errori di sintassi, ma è stata scritta rapidamente e senza un’attenta rilettura finale.
    Cara Eleonora , la mia non è un’invettiva rivolta alla sua persona, ma una forte critica ad un sistema (ricerca, farmacologia, industria, università) che è oramai in preda ad un delirio collettivo, alla rincorsa di una chimera infinita.
    Le chiedo però di essere più rispettosa nei confronti di chi le scrive, perchè non solo occupo molte ore del mio tempo allo studio delle malattie, ma perchè chi le scrive ha perso un fratello proprio per un melanoma e se sostengo che vi è necessità che il clinico (oncologo) debba essere onesto intellettualmente è perchè, Cara Eleonora, alla famiglia è giusto, corretto ed utile avere una risposta chiara. Sostenere che fra un anno vi sarà un’altro monoclonale che allungherà la vita ( di altri 15 gg) è profondamente disonesto per almeno 3 differenti ragioni : la prima è perchè non è detto che sarà disponibile , in secondo luogo , se vi sarà, non potrà essere somministrato a quel paziente, ed infine perchè i farmaci della target teory non possono portare MAI a guarigione (per i motivi sottoesposti)

    Io dico un convinto SI ad una ricerca che continui ad approfondire gli aspetti molecolari, che continui ad addentrarsi in meccanismi sempre più raffinati, ma è necessario non perdere MAI di vista la biologia sistemica, l’insieme delle cose e soprattutto l’eziologia delle malattie.
    Lo studio dei meccanismi di microbiologia, non deve e non può avere come scopo ultimo, quello della messa in produzione di una molecola farmacologica (o farmaceutica ? )
    Non conosciamo che il 10 forse il 20 % dei sistemi biologici nel loro complesso, ma non esitiamo a fornire alle persone farmaci di cui conosciamo poco o nulla dei loro effetti.
    Vede Eleonora sostenere che la ricerca mondiale nel campo delle scienze mediche, da almeno 40 anni, si stà inesorabilmente dirigendo verso le tenebre non significa non avere rispetto del singolo ricercatore, ma semplicemente prendere atto della realtà delle cose.
    Quando lei mi sottolinea che in termini di mortalità sono stati fatti enormi progressi io non posso che ricordarle che tutte le maggiori meta analisi mettono in evidenza che questi “progressi” in termini di dimunzione delle morti e l’incremento dell’indice di sopravvivenza, a 5 anni, hanno inizio soprattutto a partire da metà degli anni ’90, in particolar modo per alcune sedi tumorali (colon-retto, mammella, polmone, prostata).
    L’indice di soparvvivenza a 5 anni, nel triennio 1975-1977 (per tutti i tumori e per tutte le età) era del 48-49 %, contro il 62- 63 % del triennio 2006-2008.
    Peccato che i più importanti studi pubblicati dall’associazione Cochrane ( e non solo) sostengono che la sola adozione degli screening per la diagnosi precoce, consentirebbero la diminuzione media della mortalità del 25% . Anche se l’aderenza a questi protocolli di indagine non è mai stata del 100% da parte dei “soggetti a rischio” , è comunque verosimile attribuire a queste pratiche una buona percentuale di merito in ordine alla diminuzione della mortalità (se lei sottrae il 20% a quel 63% dei sopravvissuti a 5 anni, si rende conto dei progressi reali della farmacologia).
    Lei è troppo intelligente per non capire che se oggi i malati di adenocarcinoma al colon-retto hanno un’età media di 63 anni e nel 1980 era di 70 anni, questi 7 anni di differenza stravolgono pesantemente in termini statistici, indici di sopravvivenza a 5 anni, indici di prevalenza e di mortalità.
    Le terapie chimiche che lei giustamente rivaluterebbe in un suo ipotetico nuovo articolo, forniscono il loro contributo alla “guarigione” per circa 2-5 % ( in relazione alla istotipo e alla stadiazione tumorale) Lei mi insegna che i casi di guarigione ottenuti, con la sola chemio, hanno un’ordine di grandezza che non supera il 2%.
    Il punto determinante è la diagnosi precoce e la possibilià di eradicare chirurgicamente la massa tumorale. Nessuno dis conosce che vi è stato un lieve progresso anche nello sviluppo dell’arsenale farmaceutico/farmacologico, ma i risultati in termini di contributo alla guarigione sono davvero irrisori, e lo sono ancor più quando si calcola la mole imponente di investimenti fatti negli ultimi 40 anni.
    I farmaci citotossici, così come i citostatici, hanno una risposta in termini di sopravvivenza che è sostanzialmente la medesima degli anni ’80. I farmaci inibitori dell’aromatasi (terapie maggiormente somministrate in termini di dose/popolazione) sono gli stessi di 20 anni fà.
    La vera novità che si introduce in ambito farmacologico è rappresentata dai farmaci della target teory. Una vera follia della scienza, una deriva paranoica che inevitabilmente verrà messa in moratoria fra non molto (insieme a gran parte dei farmaci)
    Come si può pensare che in un sistema biologico, costituito da almeno 600 chinasi che partecipano alla vita cellulare, da 550 recettori (con possibilità di interazione fra loro), migliaia di molecole di specie reattive dell’ossigeno che hanno dimostrato avere anch’esse un peso determinante quantomeno in ordine alla trasduzione del segnale, all’attivazione di fattori di trascrizione e di autofosforilazione di alcuni recettori di trasmembrana.
    A questi dobbiamo aggiungere migliaia di molecole di RNA no-coding, a partire dai Mi-RNA, ad oggi una sostanziale scatola nera ancora tutta da scoprire, ma sappiamo che almeno una parte di essi svolgono un ruolo nella trasduzione del segnale e nell’accesso ai siti di promozione.
    Non si può parlare solo di 138-140 geni Mut-driver come obiettivo prioritario, se non si contestualizza il sistema nel suo complesso. Rincorrere le 12 o 13 cascate chinasiche principali non solo è cosa farmacologicamente impossibile ma soprattutto non potrà mai produrre quell’effetto inibitorio (definitivo) tanto ambito dai ricercatori.
    I geni dei driver noti funzionano attraverso una dozzina di percorsi di segnalazione che regolano tre processi cellulari principali: differenzazione, sopravvivenza delle cellule e manutenzione genoma, seppur in un contesto di network fra i diversi percorsi e fra le diverse molecole che costituiscono il “sistema cellulare” in un modello che vede una influenzare l’altra, in uno scambio incessante di informazioni.
    Il tumore è un terribile adattamento fenotipico che parte da modifiche epigenetiche. Ecco perchè dico che è una follia continuare a potenziare la lente di ingrandimento del microscopio elettronico perdendo di vista il contesto generale e i fattori “ambientali” che hanno generato e favorito il cancro.
    Gli adattamenti strutturali della cromatina ( eucromatina e Eterocromatina) attraverso meccanismi di acetilazione , deacetilazione e metilazione di DNA e proteine istoniche precedono quasi sempre le mutazioni somatiche.
    E’ questa la vera chiave di volta, che potrebbe spiegare sempre più dettagliatamente i sottili e complessi meccanismi eziologici dei tumori, ma sempre con un occhio rivolto all’ambiente che lo circonda, e a tutti quei meccanismi epigenetici che lo favoriscono, lo promuovono e lo sviluppano ( nutrizione, xenobiotici chimici – alimentari e farmaceutici- chimica ambientale)
    E’ una depravazione della scienza continuare ad illudersi che si potrà fermare il tumore, attraverso un semplice meccanismo inibitorio, semplicemente perchè non si affrontano le cause che lo hanno generato.
    Si preferisce andare a valle, collocare un “tappo” chimico o bilologico che sia, nella speranza che la programmazione tumorale ( fenotipo glicolitico, meccanismi stromali, mutazioni somatiche) miracolosamente cambi, e decida di mantenersi stabile in assenza di progressione permanentemente. La gara non può essere la ricerca del “tappo” migliore , quello più ermetico, quello che terrà maggiormente l’urto delle cascate enzimatiche, ma quella di comprendere che se non si cercano di mutare le cause che hanno generato la malattia, questa troverà sempre la strada per proseguire nella sua “nuova” programmazione metabolica.
    Non ci sarà meccanismo inibitorio che potrà tenere. Troverà rapidamente (pochi mesi) un’altra via di fuga che le consentirà di proseguire.
    Si pone anche un’altra questione; solo 31 ( sui 64 ), degli oncogeni conosciuti hanno attività enzimatiche che possono essere targetizzate in questo modo. Anche se si può almeno immaginare lo sviluppo di farmaci che inibiscono le funzioni proteiche non enzimatiche, la seconda sfida è costituita da quella grande frazione dei geni del Mut-driver codifica i soppressori del tumore.
    I farmaci generalmente interferiscono con la funzione proteica; Non possono in generale sostituire la funzione di geni difettosi come quelli derivanti da mutazioni nei geni del tumore soppressore.
    Purtroppo, le mutazioni gene-inattivanti del tumore soppressore dominano sulle mutazioni che attivano oncogene nei tumori più comuni: pochi tumori individuali contengono più di una mutazione oncogena.
    Ogni inattivazione del gene del soppressore del tumore dovrebbe portare all’attivazione di qualche segnale di crescita promozionale a valle del percorso. Un esempio è fornito dalle mutazioni PTEN : l’inattivazione del gene del Tumor Suppressor PTEN determina l’attivazione della AKT chinasi. Analogamente, l’inattivazione del gene CDKN2A del soppressore tumorale determina l’attivazione di chinasi, come la ciclina-dipendente chinasi 4(CDK), che promuove la crescita cellulare.
    Inoltre, l’inattivazione del gene soppressore del tumore APC comporta attività costitutiva di oncogeni come CTNNB1 e CMYC.
    Una delle lezioni di biologia molecolare negli ultimi due decenni è che le funzioni del percorso sono diverse, a seconda dell’organismo, del tipo cellulare e delle precise alterazioni genetiche in quella cellula .
    L’organismo è diverso, il tipo di cellule è di solito diverso e le precisi costituzioni genetiche sono sempre diverse.
    I tumori solidi tipici contengono da 30 a 70 mutazioni che alterano le sequenze di aminoacidi delle proteine ​​codificate dai geni colpiti.
    Per realizzare questi tipi di terapie, devono essere soddisfatte diverse condizioni. In primo luogo, la proteina mutante deve essere espressa. Poiché le cellule tumorali generalmente esprimono circa la metà delle proteine ​​codificate dal genoma umano.
    In secondo luogo, poiché la maggior parte delle proteine ​​interessate dalle mutazioni sono intracellulari, queste mutazioni non saranno visibili al sistema immunitario, e solo raramente il residuo mutante viene presentato nel contesto di una proteina dell’antigene delle leucociti umane (HLA).
    Moltii tumori possono perdere l’immunogenicità attraverso una varietà di alterazioni genetiche, impedendo così la presentazione i epitopi che altrimenti sarebbero riconosciuti come stranieri
    Inoltre, sappiamo che questo processo richiede decenni a svilupparsi e che la fase incurabile, metastasi, si verifica solo pochi anni prima della morte. In altre parole, la grande maggioranza morirà solo perché i loro tumori non sono stati rilevati nel primo 90% della vita de tumore, quando sarebbe bastato il bisturi del chirurgo.
    Questi geni alterati e i loro percorsi offrono un potenziale distinto per la diagnosi precoce. I geni stessi, le proteine ​​codificate da questi geni, i MiRNA e i prodotti finali dei loro percorsi sono in linea di principio rilevabili attraverso un’esame genetico o attraverso l’analisi di fluidi corporei rilevanti, come l’urina per i tumori genitourinari, l’espettorato per i tumori del polmone e le feci per i Tumori gastrointestinali, oltre ad una serie di esami di imaging utili alla diagnosi.

    Ogni singolo tumore, anche dello stesso sottotipo istopatologico, è distinto rispetto alle sue alterazioni genetiche, ma le vie colpite principali, sono simili.
    L’eterogeneità genetica e somatica tra le cellule di un tumore individuale o dello stesso istotipo di due soggetti diversi, esiste sempre e può influenzare la risposta alle terapie.
    Le informazioni sugli studi sul genoma del cancro dovrebbero essere sfruttate soprattutto per migliorare i metodi per la prevenzione e la diagnosi precoce del cancro, che saranno essenziali per ridurre la morbilità e la mortalità del cancro; unico approccio per poter effettuare eradicazione chirurgica efficaciemente.
    Le ragioni per le quali la società investe molto di più nella ricerca sulle cure per i tumori avanzati che sulla prevenzione o la diagnosi precoce sono complesse, ma per lo più identificabili in consistenti interessi economico-finanziari da parte dell’industria rispetto a nuovi test.

    Una sola domanda : mi interesserebbe conoscere qualè lo studio che riporta guarigioni definitive attraverso terapie inibitorie delle chinasi o anticorpali (monoclonali) , perchè davvero non ne ho mai trovato traccia in letteratura. Grazie

    Un cordiale saluto e un sincero augurio di buon lavoro

    Nascimben Andrea

  2. Eleonora Leucci | 23 Novembre 2017 at 21:05 |

    Caro Andrea,
    Sebbene non sia sicura di aver colto a pieno il rigore scientifico (e grammaticale) del suo post, non sento di dover ribattere in alcun modo alle accuse mosse alla scienza e alla medicina moderna, dato che tutte le statistiche sulla mortalità le danno torto e dato che i parenti dei pazienti soltanto conoscono l’importanza di un giorno guadagnato. Credo inoltre di essere stata cauta, nonostante l’entusiasmo del momento, nel dire che l’inibizione di SAMMSON potrebbe aprire nuove prospettive nella cura del melanoma, e in tutta onestà ne sono ancora convinta.
    Rileggendo il mio articolo e i suoi commenti anzi, mi rendo conto forse di essere stata un po’ troppo dura nei confronti delle terapie esistenti e dei progressi fatti finora. Se dovessi riscrivere l’articolo oggi, forse sottolineerei che nonostante il numero dei pazienti che rispondono a una terapia specifica e la finestra temporale in cui la terapia funziona siano spesso limitati, l’aumento dell’aspettativa di vita è comunque migliorato significativamente con l’introduzione di questi farmaci e seppure in proporzione non elevata, ci sono pazienti che guariscono. Non solo numeri dunque, ma vite di padri, madri fratelli, sorelle, esseri umani.
    Noi non ci conosciamo e quindi lei non può sapere l’impegno e la dedizione che mi hanno portato sin qui. La prego dunque di non offendere la mia dignità di scienziato (o donna di scienza) mettendo in dubbio il mio rigore e la mia onestà scientifica (riga 5 e 6 del suo post).
    Detto questo, la invito dunque a riconsiderare in termini più oggettivi (e positivi), la sua opinione sui ricercatori e medici che combattono questa battaglia da tempo e ci mettono la faccia, lo spirito e l’impegno.

  3. andrea nascimben | 20 Novembre 2017 at 19:56 |

    Buongiorno Dott.ssa Leucci
    ho compiuto anch’io il mio percorso di studi in ambito delle scienze biologiche, senza però approfondire con iter specialistici o di Dottorato.

    Ho deciso di scrivervi perchè mi piacerebbe tanto, riuscire a leggere, una volta tanto un’articolo, i cui contenuti esprimessero lo stato dell’arte con un pò più onestà intellettuale ( oltre che di rigore scientifico).
    L’ambito dell’oncologia, è sostanzialmente manipolato da medici con fame di notorietà “scientifica” (oltre che economica) aspetti che gettano pesante ombra sull’oggettività dell’obiettivo di ricerca, andando ben al di là del reale risultato clinico ottenibile con il “nuovo” ritrovato.
    La deriva farmaceutico-farmacologica della medicina è oramai cosa tristemente nota ( i suoi nefasti risultati si faranno sentire da qui ai prossimi 20 anni, con una tale evidenza e con una tale forza, che non basterà più manipolare ad arte dati e statistiche per nascondere il tornado che inevitabilmente si abbatterrà sulle teste di intere generazioni, in termini di aspettattive di vita).
    Ma siamo, purtroppo, nell’era della target teory, una vera e propria follia della scienza, una chimera che tutti i ricercatori bisognosi di una finestra di notorietà ( sotto forma di pubblicazioni “scientifiche” e contrattualizzazioni aziendali) inseguono tenacemente, un fenomeno che non si può che definire come una autentica forma di depravazione scientifica.

    Se dalla classe medica solo occasionalemete potrei aspettarmi obiettività e senso critico in ordine allo stato dell’arte, da una collega, mi aspetterei esattamente il contrario.
    Nel nostro percorso accademico, per nostra fortuna, non abbiamo subito il plagio e l’interferenza sistematica che questi colossi industriali, esercitano invece, all’interno delle facoltà di medicina, oramai da oltre 40 anni.
    Un biologo dovrebbe essere un puro, un vero clinico, un protagonista dell’azione scientifica in senso non solo farmaceutico, ma soprattutto preventivo oltre che divulgativo.
    Chi fa ricerca, credo abbia enormi responsabilità nei confronti di milioni di pazienti oncologici, che altro non aspettano che la cura “miracolosa”, l’ultimo formidabile ritrovato.
    Quando al paziente si decide di somministrare ( o di pubblicizzare a gran voce) l’ennesimo farmaco monoclonale antineoplastico , bisogna avere l’onestà di comunicargli che quella scelta è determinata esclusivamente perchè si vuole evitare al paziente i pesantissimi effetti collaterali derivanti da un’eventuale terapia chimica, concedendo al malato, gli ultimi 4-12 mesi di vita in una condizione di apparente benessere.E null’altro.
    Sappiamo molto bene che trattasi solo di una drammatica e temporanea assenza di progressione della malatti, purtroppo.
    Il medico specialista dovrebbe avere l’onestà morale ( oltre che deontologica) di raccontare la verità al paziente così come il ricercatore ha il dovere intellettuale di essere onesto nel divulgare informazioni che non potranno che essere destabilizzanti non solo per chi morirà ma soprattutto per l’intera famiglia, che in quel “miracoloso” ritrovato della scienza ripone le proprie speranze di salvezza.
    Bisognerebbe comunicare al malato che l’uso del monoclonale costituisce il biglietto per l’ultima e definitiva corsa.
    Sappiamo molto bene che i farmaci da più parti propagandati come “intelligenti”, mirati , efficaci, che migliorano “nettamente” l’aspettativa di vita ( si va dai 15 gg ai 4 mesi di assenza di progressione ) non portano MAI a guarigione (semplicemnete perchè scientificamente non possono farlo ) ma potranno solo ed esclusivamente ad un transitorio “congelamento” della malattia.
    Salvo poi, raggiunta la farmaco resistenza (dopo 8-12 mesi mediamente), esitare in morte certa.
    Sappiamo bene che tutti i monoclonali ( solo parzialmente si possono escludere gli immunomodulatori) agiscono inibendo uno specifico “target” ( sia esso un recettore, un fattore di crescita, una citochina, un’enzima) impedendo al tumore di poter continuare ad esprimere il suo fenotipo patologico, ma costringendolo di fatto a sviluppare ulteriori mutazioni genomiche.
    Questo incremento del carico mutageno, si traduce in ulteriore diminuzione della già deficitaria capacità differenziativa, generando un tumore ancor più aggressivo e rapidamente letale.
    Ad oggi, l’incremento dell’indice di sopravvivenza con questa tipologia di “intelligentissimi” farmaci si concretizza, in sole poche settimane in più rispetto la tradizionale terapia chimica ( oltretutto aumento nemmeno ottenibile con tutti gli istotipi tumorali).
    Bisognerebbe avere l’onestà intellettuale (oltre che deontologica) di comunicare che la sopravvivenza ipotizzata, sarà quindi solo compatibile con la precedente terapia, ma soprattutto informarlo che lo condurrà a morte certa.

    Abbiate il coraggio di scrivere a chiare lettere : “i farmaci monoclonali antineoplastici, non possono portare a guarigione, in nessun caso ”

    Abbiate l’onestà di farlo, senza reticenze.
    Siete prima di tutti uomini di scienza. Grazie

    Distinti saluti

    Nascimben Andrea
    (Osteopata-Biologo)

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