IS: Cancellare il passato per rifondare il presente

Immagine dell'antica città di Palmyra, oggetto di devastazioni da parte dell'IS (Wikipedia).
Immagine dell'antica città di Palmyra, oggetto di devastazioni da parte dell'IS (Wikipedia).

Di Francesco Sponza
Editor: Chiara Bresciani
Revisori esperti: Carlotta Stegangno, Chiara Bresciani, Serena Tolino
Revisori naive: Antonella Borreca, Francesca Rossetto

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Cosa spinge i militanti dello Stato Islamico a radere al suolo siti e reperti archeologici? Le profanazioni non servono solo a diffondere terrore e a procurarsi beni da vendere sul mercato nero delle opere d’arte. Esse mirano a cancellare i simboli materiali di un passato in grado di mettere in dubbio l’esistenza di una volontà divina scollegata dalla storia, dunque eterna, di cui lo Stato Islamico è unica manifestazione.

Nel 2001 il mondo assistette alla demolizione dei Buddha di Bamiyan, opere dal valore inestimabile del III-VI secolo, per mano dei talebani afgani [footnote number=”1″ ]Rashid, A., 2001. After 1,700 years, Buddhas fall to Taliban dynamite. The Telegraph[/footnote], avendo così una prova tangibile del potere distruttivo del fanatismo.
Oggi le devastazioni si ripetono ad opera del sedicente Stato Islamico (IS), un gruppo militante jihadista che controlla territori estesi tra Iraq e Siria e ribattezzati “Califfato”. Tra le distruzioni si annoverano buona parte dei manufatti del museo di Mosul, testimonianza delle civiltà mesopotamiche; i resti delle città greco-romane di Hatra e, in parte, di Palmyra; il sito di Nimrud, capitale assira nel IX secolo a.C.; molteplici siti cristiani, ma anche luoghi sacri a confessioni islamiche considerate eretiche [footnote number=”2″ ]Cullinane S. et al., 2015. Tracking a trail of historical obliteration: ISIS trumpets destruction of Nimrud. CNN[/footnote]. Più recentemente, le cronache ci hanno riportato la notizia della decapitazione dell’archeologo siriano Khaled Al-Assad, direttore del sito di Palmyra, accusato di aver nascosto preziosi reperti per sottrarli alla forza distruttrice dei militanti dell’IS.
Se in molti scontri armati, monumenti, siti, edifici e artefatti hanno subito distruzioni gravi, solitamente il danno è direttamente riconducibile ad azioni belliche (il manufatto si trova in aree interessate da azioni offensive, o è utilizzabile strategicamente dal nemico). Nel caso dell’IS invece la violenza è motivata da ragioni ideologiche e non da esigenze militari.

IS e califfato

Lo Stato Islamico di Siria e del Levante è un’organizzazione estremista islamica sunnita nata nel 2006 come una costola di Al-Qaeda in Iraq. Dopo la morte nel 2006 di Musab al-Zarqawi, leader e figura di riferimento di molteplici coalizioni islamiste, l’organizzazione viene ribattezzata Stato Islamico dell’Iraq (ISI) ed elegge ad emiro Abu Omar al-Baghdadi, incorporando così l’ideologia politica già di al-Zarqawi di creare un’entità politica che includa tutta la comunità globale. Dopo un periodo critico e la morte dei precedenti leader, nel 2010 il nuovo leader Abu Bakr al-Baghdadi riorganizza il gruppo e lo introduce nella Siria dilaniata dalla guerra civile. Dal 2011 ad oggi l’organizzazione, ribattezzata Stato Islamico di Iraq e del Levante (o più semplicemente Stato Islamico), ha consolidato il proprio potere su parte di Siria e Iraq e ha contatti con altre organizzazione jihadiste in Africa e Asia. La proclamazione del Califfato persegue l’ideologia salafita del ritorno alla purezza dell’Islam primigenio, privo di scissioni interne (da cui la persecuzione contro gli Sciiti) e guidato da un califfo, successore politico e religioso del Profeta. Il Califfato aspira ad estendersi a tutti i Musulmani, con chiari intenti espansionisti a danno degli stati circostanti, fondando il proprio messaggio su un’intransigente interpretazione dei testi sacri.

Per un approfondimento, vi invitiamo a leggere l’articolo di AIRInforma sull’Islam Politico e Jihadismo [footnote number=”2″ ]F.S. Leopardi, Islam Politico e Jihadismo: Qualche Chiarimento. AIRInforma, 2015-03-15[/footnote].

Mentre azioni tanto brutali ci spingono ad interrogarci sulle ragioni di questo accanimento contro dei semplici manufatti, vale la pena ricordare che la demolizione sistematica del patrimonio culturale per ragioni ideologiche non è una prerogativa dei conflitti attuali, né dell’IS; al contrario, i precedenti storici sono molteplici [footnote number=”3″ ]Trampling culture, destroying history. 2015. The Why Files[/footnote].
La Rivoluzione Culturale in Cina (1966-1976) fu il risultato di un movimento teso a restaurare, su impulso del Presidente Mao Tze-Tung, la purezza del messaggio comunista. Ciò portò, oltre ad un numero altissimo di esecuzioni sommarie, alla distruzione di testi, manufatti, edifici attribuiti ad una cultura tradizionale, religiosa e capitalista. Ad Ayodhya, in India, il conflitto religioso trovò un catalizzatore nel caso della moschea di Babri. Secondo gli Induisti, l’edificio era stato eretto nel 1528 radendo al suolo un tempio dedicato al dio Rama, una della divinità principali nel pantheon indù. Forti di questa convinzione, nel 1992 un gruppo di nazionalisti indù rase al suolo la moschea durante una manifestazione [footnote number=”4″ ]Timeline: Ayodhya holy site crisis. 2012. BBC NEWS[/footnote].
In Europa, la Riforma Protestante e le correnti religiose originatesi da essa hanno a più riprese adottato posizioni iconoclaste, spogliando l’interno delle chiese del loro contenuto “eretico”, mentre i conflitti etnici nella ex Jugoslavia hanno portato, tra il 1992 e il 1995, a perdite ingenti nel patrimonio artistico e architettonico della regione: molti luoghi di culto islamici subirono distruzioni sistematiche motivate più dall’odio etnico-religioso che da ragioni tattiche [footnote number=”5″ ]Odev I., 2008. Erasing the past: Destruction and Preservation of Cultural Heritage in Former Yugoslavia: Part 1. In: Occasional Papers on Religion in Eastern Europe 28/4.[/footnote].

Iconoclastia

L’iconoclastia (dal greco eikonoklasía, “distruzione dell’immagine”) è la pratica di distruggere le rappresentazioni materiali di soggetti sacri per motivi religiosi o politici.
L’opposizione all’uso delle immagini godette di un discreto successo tra i primi Cristiani, sulla base del fatto che il secondo Comandamento proibisce di adorare “immagini scolpite o qualsiasi rappresentazione”. Durante la Riforma protestante del XVI secolo, diversi riformatori religiosi promossero la distruzione delle immagini sacre sulla base dello stesso principio e negli anni ’90, in Corea del Sud, si registrarono atti di vandalismo contro i templi buddisti per mano di fondamentalisti cristiani che ritenevano le statue di Buddha espressione d’idolatria.
Nell’Islam l’atteggiamento verso la raffigurazione umana o animale non è sempre stato censorio ed esiste una tradizione di arte figurativa islamica. Malgrado ciò, recentemente in Arabia Saudita si sono registrate distruzioni di luoghi sacri da parte delle autorità per impedire, anche in questo caso, che la devozione religiosa viri verso l’idolatria.

L’oggetto ha dunque un significato più articolato di quanto appaia a prima vista, ed esso varia secondo le circostanze. In Iraq il retaggio culturale dell’antica Babilonia fu sfruttato, in senso diametralmente opposto rispetto all’IS, durante il regime formalmente laico di Saddam Hussein. Egli si promosse come continuatore della tradizione regale babilonese, facendosi rappresentare nella posa e nelle vesti dei sovrani assiri, o nell’atto di ricostruire la cittadella di Babilonia. In quest’ultimo caso fece addirittura iscrivere il proprio nome sui mattoni della città biblica, seguendo la tradizione mesopotamica dei rituali di fondazione, durante i quali i sovrani inserivano delle dediche negli elementi strutturali degli edifici per essere ricordati dalle generazioni successive.

Figura 1 - Dall’alto a sinistra in senso orario: mattone con iscrizione di Saddam Hussein (Fonte), Saddam rappresentato come un sovrano babilonese sul carro (Fonte), Raffigurazione del dittatore ispirata all’iconografia religiosa mesopotamica (Fonte), Saddam assedia Gerusalemme affiancato da Saladino e dal re babilonese Nabucodonosor II (Fonte).

Figura 1 – Dall’alto a sinistra in senso orario: mattone con iscrizione di Saddam Hussein (Fonte), Saddam rappresentato come un sovrano babilonese sul carro (Fonte), Raffigurazione del dittatore ispirata all’iconografia religiosa mesopotamica (Fonte), Saddam assedia Gerusalemme affiancato da Saladino e dal re babilonese Nabucodonosor II (Fonte).

 

Nel caso di Saddam, il richiamo al sovrano babilonese e all’idea che la sua regalità “discendesse dal cielo” e si perpetuasse fino ai giorni nostri, legittimava il dittatore dandone un’immagine di re-padre-pastore. Nel caso dell’IS invece il valore simbolico del passato è antitetico al progetto politico attuale, che è perseguito come realizzazione del bene supremo: la legge di Dio, secondo l’interpretazione data dall’IS della sharia.

Sharia

Il termine arabo “sharia” (sharīʿah: strada da seguire) designa il corpus di leggi e può avere un significato metafisico e pratico. Dal punto di vista metafisico s’intende la Legge data da Dio, che può essere indagata e interpretata solo da dotti giuristi coranici capaci di discernere le azioni wajib (obbligatorie), ḥaram (vietate), mandub (raccomandate), makruḥ (disapprovate) o mubah (indifferenti). Queste leggi possono essere adottate più o meno letteralmente dai sistemi giuridici dei paesi islamici. Le fonti di questo corpus sono tratte dal Corano e dagli hadith (citazioni e azioni attribuite al Profeta). Non tutte le nazioni a maggioranza islamica basano il proprio sistema giuridico su di essa (tra essi Turchia, Kazakhstan, Bosnia Erzegovina), mentre altri Paesi usano la sharia per regolare qualsiasi aspetto della vita sociale (Arabia Saudita e Yemen). L’applicazione letterale e integrale della sharia è invocata spesso dai movimenti militanti jihadisti, incontrando comunque forti contrapposizioni, anche violente, tra i musulmani moderati, laici e sostenitori della separazione tra sfera politica, giuridica e religiosa. L’utilizzo di questi precetti in forme estreme fornisce tuttora la base per giustificare azioni terroristiche, organizzare e consolidare i gruppi militanti islamisti e imporre regimi dittatoriali.

Per realizzare tale progetto, le risorse materiali (armi e finanziamenti) e immateriali (propaganda politica e religiosa) sono inestricabilmente legate. Tra le risorse immateriali dell’IS vi sono la lettura fondamentalista dei testi sacri sunniti, un esasperato anti-occidentalismo e l’ostilità verso le minoranze etnico-religiose storicamente presenti in Iraq e Siria [footnote number=”6″ ]Amnesty International., 2014. Ethnic cleansing on a historic scale: Islamic State’s systematic targeting of minorities in northern Iraq[/footnote].
L’ideologia dell’IS si può ricondurre da un lato alla deriva oltranzista dei movimenti di riforma per “il recupero della vilipesa indipendenza politica della patria islamica” [footnote number=”7″ ]Lo Jacono C., 1993. I cosidetti fondamentalismi islamici. In: Parolechiave 3[/footnote] tra ‘800 e ‘900; dall’altro a un universalismo politico teso ad abbracciare l’intero mondo islamico, proprio degli antichi califfati omayyade (VII-VIII sec.), abbaside (VIII-XIII sec.), e del sultanato ottomano (XIII-XX sec.). L’azione politica dell’IS aspira a conformarsi ad una visione letterale della legge di Dio, depurata dagli adeguamenti delle scuole giuridiche moderate. Questa unità politico-religiosa rappresenta l’incarnazione del perfetto stato islamico: l’inflessibilità contro tutto ciò che viene considerato contrario ad essa ne è la naturale degenerazione.

Perché dunque distruggere il passato? Secondo Scarcia, la rappresentazione naturalistica nell’arte non è vietata nel Corano: la sua ostracizzazione si radicalizza nei secoli e prende forma scritta in una serie di hadith, citazioni e atti dal valore normativo attribuiti al Profeta, divenendo una pratica difficilmente contestabile ai giorni nostri [footnote number=”8″ ]Scarcia G., 1995. Il volto di Adamo. Islam: La questione estetica nell’altro Occidente. Venezia: Il Cardo[/footnote]. Il discorso è più drastico per quanto concerne l’adorazione di divinità diverse dal Dio unico: la menzione nel Corano di Abramo nell’atto di abbattere gli idoli [footnote number=”9″ ]Corano, Sura XXI, v. 52-60[/footnote], le esegesi dei testi sacri durante il Medioevo e la storica pratica politica dei Paesi islamici non lasciano spazio all’idolatria e al politeismo.
Questi riferimenti di matrice fideistica, piegati ai fini politici dell’IS, hanno condotto al loro tragico destino le antichità mesopotamiche. Sul piano prettamente dottrinale, con il loro abbattimento si è ottemperato al precetto che punisce l’idolatria; su un piano comunicativo, come risorsa propagandistica, si è creato l’ambiente adatto per atterrire il nemico; su un piano ideologico, distruggendo si tenta – in apparente contraddizione – di costruire.
L’ideologia utilizza le parti più utili della storia, obliterando ciò che potrebbe metterne in discussione la legittimità: non le semplici opere del passato, ma l’alterità che esse rappresentano. Se la legge di Dio è stata diffusa in un preciso periodo storico, allora non è eterna. Cancellare la storia prima di essa, di contro, permette di estenderne l’ombra anche sul passato: un passato che sfuma nell’oblio, dunque inesistente. Secondo Sant’Agostino [footnote number=”10″ ]Aurelio Agostino. Libro XI. Le Confessioni[/footnote], nel presente il tempo può essere percepito solo come “estensione dell’anima”: ricordo del passato e attesa del futuro. Con la sistematica distruzione del “prima” e l’imbrigliamento ideologico del “dopo”, questa estensione si accorcia divenendo un blocco omogeneo: il Califfato è ora, sarà in futuro e, proiettando la propria ombra sul passato, aspira a manifestarsi in una totale atemporalità.

Perché mobilitare tante risorse per distruggere manufatti simboleggianti valori sociali svaniti da millenni? In 7000 anni di storia, nel Vicino Oriente – una delle culle della scrittura e delle prime città – si sono succedute svariate entità politiche: le città sumere, i regni di Akkad, Ur, Babilonia, Assiria, i regni neo-ittiti, il regno neo-babilonese, quello persiano, quello seleucide e l’Impero Romano, fino all’islamizzazione. Questo crogiuolo ha visto nascere le religioni abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) e una miriade di altri culti politeisti, monoteisti e fedi sincretiche in parte scomparse. In Medio Oriente convivono oggi svariate confessioni cristiane, musulmane ed ebraiche, varie lingue tra loro non imparentate e identità etniche distinte.
In una delle regioni etnicamente più stratificate del mondo, la cancellazione delle tracce del passato per obliterare la storia “scomoda” si è spesso rivelata uno metodo di controllo del consenso: uno sforzo colossale, ma necessario. Come si purifica il Califfato dagli elementi non graditi, riducendo la comunità alla sola componente fondamentalista sunnita, così lo si purifica dalle vestigia di un tempo altrui: l’analogo di una pulizia etnica che opera in verticale, lungo le profondità della Storia.
Eppure, così facendo l’IS reitera quello che può essere ritenuto un comportamento consolidato dei popoli mesopotamici: quasi tutte le statue mesopotamiche presentano la testa staccata dal corpo o i tratti somatici abrasi [footnote number=”11″ ]May N. N., 2010. Decapitation of statues and mutilation of the Image’s facial features. In: A woman of valor: Jerusalem Ancient Near Eastern studies in honor of Joan Goodnick Westenholz[/footnote], qualcosa che non ha paragoni con il mondo greco-romano [footnote number=”12″ ]May N. N., 2009. “In Order to Make Him Completely Dead”: Annihilation of the Power of Images in Mesopotamia. In: La famille dans le Proche-Orient ancien: réalités, symbolismes, et images[/footnote]. La distruzione di complessi figurativi in Mesopotamia viene inoltre spesso menzionata in passi biblici e nei testi del Vicino Oriente [footnote number=”13″ ]May N. N., ed. 2012. Iconoclasm and text destruction in the ancient near east and beyond[/footnote].

Pur essendo il risultato di molteplici impulsi culturali, relazionali e psicologici, questi processi rivelano come la costruzione dell’identità di una comunità dipenda in parte dall’uso che il potere politico fa del passato [footnote number=”14″ ]McGuire R. H., 2008. Archaeology as political action. University of California Press: London. Pp 12-33[/footnote]: nel caso di Babri, furono i partiti nazionalisti indù a spingere a distruggere la moschea. Nel Califfato la cancellazione del passato è un’operazione su ampia scala, diretta e organizzata dall’alto. La recente produzione giornalistica ne ha messo in luce diversi aspetti, come lo sfruttamento delle antichità per il mercato nero, oppure la propaganda del terrore diretta contro gli “infedeli” [footnote number=”15″ ]Cultural heritage a ‘casualty of war’ in Syria and Iraq. 2015. MSNBC[/footnote], ma raramente se ne è evidenziato il significato simbolico mirato alla giustificazione del potere politico.
Nel Nome della Rosa, Padre Jorge distruggeva il libro II della Poetica di Aristotele, colpevole, trattando della commedia e del riso, di mettere alla berlina i valori di una cultura che vedeva in Dio il principio ordinatore della società [footnote number=”16″ ]Eco, U., 1980. Il Nome della Rosa. Milano: Bompiani[/footnote]. Similmente, l’IS non si limita a deplorare il passato politeista, ma ne cancella le tracce fisiche che possono seminare dubbi sull’atemporalità del proprio messaggio, ridimensionandolo come una piccola fase, con un inizio e una fine, della storia del Vicino Oriente.

Figura 2 - Dall’alto a sinistra in senso orario: Statua sfigurata della divinità Nurundi. Corpo e testa furono trovate separate e assemblate in seguito (tratto da N. May, 2010, in bibliografia). Rilievo a Lachish dove, tra le varie figure, due soldati presentano segni evidenti di danni inflitti al volto (da N. May, 2009, in bibliografia). Volto di divinità la cui testa, privata di naso, labbra e un orecchio, fu trovata staccata dal corpo (da N. May, 2009).

Figura 2 – Dall’alto a sinistra in senso orario:
Statua sfigurata della divinità Nurundi. Corpo e testa furono trovate separate e assemblate in seguito (tratto da N. May, 2010, in bibliografia).
Rilievo a Lachish dove, tra le varie figure, due soldati presentano segni evidenti di danni inflitti al volto (da N. May, 2009, in bibliografia).
Volto di divinità la cui testa, privata di naso, labbra e un orecchio, fu trovata staccata dal corpo (da N. May, 2009).

Bibliografia

[1] Rashid, A., 2001. After 1,700 years, Buddhas fall to Taliban dynamite. The Telegraph.

[2] Cullinane S. et al., 2015. Tracking a trail of historical obliteration: ISIS trumpets destruction of Nimrud. CNN.

[3] F.S. Leopardi, Islam Politico e Jihadismo: Qualche Chiarimento. AIRInforma, 2015-03-15.

[4] Trampling culture, destroying history. 2015. The Why Files.

[5] Timeline: Ayodhya holy site crisis. 2012. BBC NEWS.

[6] Odev I., 2008. Erasing the past: Destruction and Preservation of Cultural Heritage in Former Yugoslavia: Part 1. In: Occasional Papers on Religion in Eastern Europe 28/4.

[7] Amnesty International., 2014. Ethnic cleansing on a historic scale: Islamic State’s systematic targeting of minorities in northern Iraq.

[8] Lo Jacono C., 1993. I cosidetti fondamentalismi islamici. In: Parolechiave 3.

[9] Scarcia G., 1995. Il volto di Adamo. Islam: La questione estetica nell’altro Occidente. Venezia: Il Cardo.

[10] Corano, Sura XXI, v. 52-60.

[11] Aurelio Agostino. Libro XI. Le Confessioni.

[12] May N. N., 2010. Decapitation of statues and mutilation of the Image’s facial features. In: A woman of valor: Jerusalem Ancient Near Eastern studies in honor of Joan Goodnick Westenholz.

[13] May N. N., 2009. “In Order to Make Him Completely Dead”: Annihilation of the Power of Images in Mesopotamia. In: La famille dans le Proche-Orient ancien: réalités, symbolismes, et images.

[14] May N. N., ed. 2012. Iconoclasm and text destruction in the ancient near east and beyond.

[15] McGuire R. H., 2008. Archaeology as political action. University of California Press: London. Pp 12-33.

[16] Cultural heritage a ‘casualty of war’ in Syria and Iraq. 2015. MSNBC.

[17] Eco, U., 1980. Il Nome della Rosa. Milano: Bompiani.

Info sui Revisori di questo articolo

Carlotta Stegagno, specializzata in storia e politica del Medio Oriente, è ricercatrice e teaching assistant presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova.
Serena Tolino è Post-doc presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Zurigo; si occupa di diritto islamico e di Medio Oriente.
Chiara Bresciani è PhD student in antropologia culturale presso l’Università James Cook (Australia) e l’Università di Aarhus (Danimarca).
Antonella Borreca è Post-Doc presso l’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia del CNR.
Francesca Rossetto è responsabile amministrativo presso imprese del settore privato.

About the Author

Francesco Sponza
Francesco Sponza si laurea nel 2007 in Lettere e Filosofia (indirizzo storico-archeologico) presso l’Università degli Studi di Padova. Inizialmente interessato alla nascita delle prime formazioni statali nel Vicino Oriente Antico e in Anatolia, sposta gradualmente i propri interessi di ricerca verso la relazione tra linguaggio, identità di gruppo e cultura materiale. Nel 2010 consegue un Master of Arts alla UCL (Regno Unito) in Teoria e Metodi della Ricerca Archeologica, con una tesi sulla propagazione dei kit neolitici dalla Cina Meridionale al Sud-Est Asiatico insulare. Dopo un periodo di otto mesi a Taipei collaborando con la National Taipei University alla catalogazione di ceramica preistorica del sito di Niuchouzi, inizia il dottorato in archeologia all’Università di Cambridge sotto la supervisione del Dott. Graeme Barker. Il suo progetto verte sull’analisi delle interazioni trans-marine nello stretto di Taiwan tra il terzo millennio a.C. e l’introduzione dei metalli. Tra i suoi interessi di ricerca: i processi di popolamento del Sud-Est Asiatico e del Pacifico, la relazione tra identità e linguaggio (studiata attraverso l’analisi del deposito archeologico) e lo studio delle società non-industriali contemporanee per la comprensione delle culture antiche. Vive tra Cambridge e Padova.

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