Islam politico e Jihadismo: qualche chiarimento

La Parola Jihad, scritta in arabo
La Parola Jihad, scritta in arabo

di Francesco Saverio Leopardi
Editor: Chiara Bresciani
Revisori Esperti: Sebastiano Garofalo, Serena Tolino, Francesco Stermotich Cappellari
Revisori Naive: Luca Cassetta, Manuela Plate, Mario Amendola, Laura Francioli

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Che cos’è e che cosa significa jihadismo? Spesso questo termine ricorre sui media di tutto il mondo, ma raramente è usato in modo chiaro. Da qui l’assoluta urgenza di fare luce su un fenomeno politico così presente nella nostra attualità.

L’ascesa dell’organizzazione dello Stato Islamico (IS) sullo scenario del conflitto che coinvolge Siria e Iraq, come anche il recente attacco alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, hanno provocato una rinnovata attenzione generale sui temi legati al cosiddetto “estremismo islamico”. Termini quali Jihad (ğihād) e Jihadismo ricorrono frequentemente sui giornali e in televisione, utilizzati come categorie apparentemente ben definite. Tuttavia, ciò non significa che chi le utilizza lo faccia sempre in maniera consapevole e conseguentemente ben poche sono le occasioni di chiarimento a vantaggio del grande pubblico.

Definizioni: IS, ISIS, ISIL

La sigla IS si riferisce all’acronimo inglese ‘Islamic State’. È stata data preferenza a questa forma a causa della sua ampia diffusione ad opera dei media italiani. Altre sigle quali ISIS (Islamic State of Iraq and Sham) o ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant) possono essere usati in maniera intercambiabile in quanto si riferiscono alla denominazione adottata dal gruppo prima della dichiarazione del cosiddetto ‘Califfato’ durante la scorsa estate.

Innanzitutto è bene chiarire il significato del termine jihad, più complesso di quanto il suo generale utilizzo possa far pensare. Jihad deriva dalla radice araba ğ-h-d, la quale rimanda all’idea di sforzo teso al raggiungimento di un obiettivo, che in ambito religioso, coincide con l’aumento dell’influenza della fede. Conseguentemente, lo sforzo può essere volto al perfezionamento spirituale e morale della persona (al-ğihād al-’akbar, il più grande jihad) o all’accrescimento della comunità dei credenti (al-ğihād al-’aṣġar, il più piccolo jihad) [footnote number=”” ]E. Tayan, “Djihad,” The Encyclopaedia of Islam (Brill, 1991), pp. 538–540[/footnote]. Da ciò deriva che i movimenti, leader o partiti che annoverano questo termine nella propria retorica possano avere diverse concezioni del jihad, e non sistematicamente violente. Ad esempio, per gli aderenti ad una congregazione mistica islamica, il jihad assume una dimensione introspettiva, di “avvicinamento” al divino e alle sue manifestazioni. Diversamente, per i membri di un gruppo di sensibilizzazione morale, il jihad può corrispondere alle attività portate avanti per diffondere la loro concezione di morale islamica.

La Parola Jihad, scritta in arabo

La Parola Jihad, scritta in arabo

Il concetto di jihad può essere inteso in modi diversi anche dai movimenti politici, che possono essere tutti considerati parte di quel fenomeno politico moderno, estremamente diversificato al suo interno e in continua evoluzione, denominato Islam politico.

Cos’è l’Islam

L’Islam è apparso per la prima volta nella Penisola arabica, quando il Profeta Muhammad ricevette la prima rivelazione da Dio per mezzo dell’Arcangelo Gabriele nel 610 d.C. nei pressi di Mecca. Secondo l’Islam, Muhammad è il sigillo dei profeti, l’ultimo inviato di Dio che chiude la catena di rivelazioni cominciata con Adamo e proseguita con i principali profeti biblici, come Abramo, Mosè ed anche Gesù. La parola Islam significa sottomissione e indica l’atto di concedersi totalmente a Dio. L’Islam, nelle sue diverse forme, è praticato da più di 1,5 miliardi di persone in tutto il mondo ed in particolare in Africa Settentrionale e Centrale, Vicino e Medio Oriente, Asia Centrale e Sudorientale.

In senso lato l’Islam politico è composto da quei movimenti che, basandosi sui riferimenti forniti dalla tradizione islamica, delineano una propria agenda politica, il cui fine ultimo è l’edificazione di uno “Stato Islamico[footnote number=”” ]G. Denoeux, “The Forgotten Swamp: Navigating Political Islam,” Middle East Policy, 9 (2002), p. 61[/footnote]. La varietà che caraterizza l’Islam politico si riflette nelle numerose concezioni di Stato che sono state prodotte nel corso dei secoli dal riformismo islamico. Generalizzando però, è possibile affermare che i movimenti politici d’ispirazione islamica ritengono che Dio, attraverso la sua rivelazione, abbia promulgato una legge comprensiva (šarī‘ā) in grado di regolare anche il campo politico e amministrativo della vita umana. La sovranità deriva dalla capacità di vivere e governare in armonia con i dettami divini e, a seconda delle varie convinzioni, hanno diritto ad esercitarla gli esperti di diritto islamico, un determinato gruppo o clan privilegiato o anche qualunque fedele musulmano [footnote number=”” ]A. Afsaruddin, “Theologizing About Democracy: A Critical Appraisal of Mawdudi’s Thought,” in Islam, the State, and Political Authority, ed. by A. Afsaruddin (New York: Palgrave Macmillan, 2011), pp. 132–134[/footnote]. Appare ora più chiaro come e perché, il vocabolario politico di questa immensa varietà di partiti, movimenti, associazioni educative e caritatevoli sia arricchito da termini ispirati alla tradizione religiosa.

Tornando al concetto di jihad, esso può anche essere interpretato come impegno nel significato politico che viene dato solitamente a questo termine nelle lingue occidentali (si pensi al francese engagé o all’inglese committed). Proprio come “impegno” in italiano, francese o inglese, anche jihad può essere correlato a forme diversissime di militanza politica, da una campagna per diffondere la morale islamica fino all’arruolamento in una brigata coinvolta nel conflitto siriano, passando per la partecipazione ad una competizione elettorale democratica.

Tuttavia, nella tradizione giuridica islamica, il jihad consiste in un’azione militare volta all’espansione dell’Islam (jihad offensivo), inteso come fede e comunità, o finalizzata alla difesa dei territori già acquisiti (jihad difensivo) [footnote number=”” ]E. Tayan, “Djihad,” The Encyclopaedia of Islam (Brill, 1991), p. 539[/footnote]. Da qui deriva la sua traduzione con l’espressione “guerra santa” ed è proprio a questo concetto che i movimenti jihadisti si rifanno.

Il sostantivo “jihadismo” e il relativo aggettivo “jihadista” sono di recente apparizione, infatti è aprossimativamente dalla fine degli anni novanta che queste definizioni vengono usate correntemente dai mezzi di comunicazione (Ad esempio negli Stati Uniti le prime occorenze di queste parole rislagono agli anni 1999-2002, quando New York Times e Washington Post hanno cominciato ad utilizzarle regolarmente [footnote number=”” ]T. Hegghammer, “Jihadi-Salafis or Revolutionaries? On Religion and Politics in the Study of Militant Islamism,” in Global Salafism. Islam’s New Religious Movement (Oxford: Oxford University Press, 2009), p. 246[/footnote]). Oggi vengono considerati jihadisti quei gruppi o militanti che ricorrono sistematicamente ad azioni violente e i cui obiettivi principali sono colpire i propri nemici a livello globale o tentare di rovesciare governi nazionali al fine di mettere in pratica la propria concezione di “Stato Islamico”.

Al-Qā‘ida, e recentemente l’IS, sono le organizzazioni assurte come i massimi esempi di jihadismo nell’immaginario comune [footnote number=”” ]T. Hegghammer, “Jihadi-Salafis or Revolutionaries? On Religion and Politics in the Study of Militant Islamism,” in Global Salafism. Islam’s New Religious Movement (Oxford: Oxford University Press, 2009), pp. 245-246[/footnote]. Per quanto riguarda la creazione di uno Stato Islamico, l’IS rappresenta un’innovazione: se fino ad ora tali movimenti miravano a sovvertire i governi di stati già esistenti o a colpire obiettivi internazionali, l’IS sta tentando di dare vita ad una nuova entità statale che contesta i confini attuali e che aspira ad estendersi su tutti i territori conquistabili [footnote number=”” ]A.Y. Zelin, “The War Between ISIS and al-Qaeda for Supremacy of the Global Jihadist MovementResearch NOTES, 2014, pp. 4–8[/footnote].

E’ necessario tenere presente anche che in questa categoria rientrano tendenzialmente solo gruppi sunniti. Partiti e organizzazioni che aderiscono all’Islam sciita, come il partito libanese Hezbollah, per una questione squisitamente di categorizzazione analitica, non vengono solitamente inclusi, nonostante, aldilà del diverso retroterra teologico, si possano individuare numerose similarità a livello operativo.

Ordinamenti dell’Islam

L’Islam si divide in due grandi orientamenti: il sunnismo e lo sciismo. Il sunnismo prende il proprio nome dalla sunna, l’insieme dei detti e gli atti del Profeta Muhammad e dei suoi compagni, fonte del diritto consuetudinario islamico. Il termine sciismo deriva invece dalla parola araba ši‘a, che significa fazione, partito. La divisione risale ai primordi dell’Islam e, almeno inizialmente, a questioni prettamente politiche. Nel 656 d.C. ‘Alī ’ibn ’Abī Ṭālib, cugino del Profeta, venne proclamato Califfo. Questa proclamazione fu però contestata da Mu‘āwiyya, esponente della famiglia degli Omayyadi, la stessa del Califfo ‘Uṯmān, predecessore di ‘Alī, e morto assassinato. Si delinearono così due schieramenti, coloro che sostenevano il diritto al califfato di Mu‘āwiyya vennero a chiamarsi sunniti, ovvero seguaci della sunna, mentre il termine ši‘a finì per antonomasia, per essere associato a coloro che sostenevo il diritto di ‘Alī al califfato. Tuttavia, nel corso dei secoli, i due orientamenti hanno sviluppato differenti tradizioni in campo teologico, giuridico e nella pratica religiosa.

I fattori che hanno contribuito allo sviluppo del jihadismo sono numerosi e di varia natura, e sono legati sia a dinamiche locali (le singoli nazioni) che internazionali (le politiche delle potenze globali nei loro confronti). Un ulteriore fattore è il ruolo di alcuni intellettuali dell’Islam politico il cui pensiero è alla base della moderna ideologia jihadista. Uno tra i più popolari e citati è sicuramente l’egiziano Sayyid Qub (1948-66), i cui concetti (in particolare ğāhiliyya e takfīr) sono stati spesso ripresi e rivisitati dai gruppi jihadisti attuali.

“Ğāhiliyya” significa “età dell’ignoranza” e tradizionalmente si riferisce al periodo di paganesimo che precedette le rivelazioni di Dio al profeta Muhammad e l’avvento dell’Islam; Quṭb, attivo principalmente durante gli anni ‘50 e ‘60, utilizza questo termine per descrivere la realtà politica e sociale dell’Egitto durante il regime del presidente Gamal Abd El-Nasser (1956-1970). La repressione dei Fratelli Musulmani, di cui Quṭb era un esponente di spicco, e le politiche ispirate al socialismo, al nazionalismo arabo e ad esperienze esterne alla tradizione islamica, lo spinsero ad associare l’età contemporanea all’età della ğāhiliyya e dunque a compiere il takfīr, ovvero dichiarare empio il regime al potere. Questo regime andava perciò rovesciato e sostituito con uno stato e delle istituzioni legittime da un punto di vista islamico  [footnote number=”” ]G. Kepel, Jihad. The Trail of Political Islam (London: I.B. Tauris, 2006), pp. 23–43[/footnote].

I Fratelli Musulmani

L’ “Associazione dei Fratelli Musulmani” è stata fondata nel 1928 dall’insegnate e riformista islamico Ḥasan al-Bannā, nella città egiziana di Ismailia. Inizialmente attiva nel campo dell’educazione, la Fratellanza è divenuta in breve periodo un movimento transnazionale coinvolto in attività religiose, sociali e politiche attraverso la fondazione di numerose ramificazioni tra cui partiti e sindacati. L’obiettivo a lungo termine dei Fratelli Musulmani è di creare una società ed uno stato islamico poiché, secondo la loro visione, l’Islam è un “ordine” (niẓām) capace di organizzare tutti gli aspetti della vita umana, dalla religiosità alle istituzioni che reggono lo stato.

Al di là degli aspetti ideologici, ciò che è interessante sottolineare nel caso di Quṭb è il processo di radicalizzazione [footnote number=”” ]O. Ashour, The De-Radicalization of Jihadists (Milton Park: Routledge, 2009), p. 5[/footnote] a cui lui ed altri militanti islamisti andarono incontro. Non si può infatti trascurare il legame tra la persecuzione, l’incarcerazione fino anche l’esecuzione da parte dello stato di molti di questi militanti, tra cui lo stesso Quṭb (impiccato nel 1966) e l’elaborazione di teorie che prevedono la creazione di uno stato islamico anche attraverso un’azione violenta.

L’altro fattore fondamentale nell’emersione del jihadismo può essere individuato nel sostegno ricevuto dai primi movimenti di questo tipo da parte di Arabia Saudita e Stati Uniti, principalmente (ma non solo) al fine di contrastare la presenza e l’influenza sovietica nel Vicino e Medio Oriente.

In seguito alla “Guerra d’Ottobre” che nel 1973 contrappose Egitto e Siria a Israele, e al conseguente primo shock petrolifero dovuto all’embargo dei paesi arabi produttori nei confronti di Stati Uniti ed Europa, l’Arabia Saudita emerse come nuova potenza regionale, grazie all’enorme capitale accumulato con l’impennata del prezzo del petrolio ma anche a causa del declino dell’influenza dei regimi nazionalisti in alcuni paesi, tra cui l’Egitto.

A partire dalla seconda metà degli anni ’70, il Regno Saudita si pose l’obiettivo di affermare la propria egemonia e influenza in tutto il mondo islamico (e arabo in particolare) sfruttando i canali religiosi: gli ingenti investimenti per la costruzione di moschee e scuole religiose, la diffusione di materiale divulgativo nonché i cospicui flussi migratori di lavoratori attirati dalle possibilità di guadagno serviranno a diffondere il wahhābismo, la dottrina religiosa di Stato saudita, con un’ampiezza senza precedenti. Questa corrente religiosa prende il nome da Muḥammad ’ibn ‘Abd al-Wahhāb, giurista del diciottesimo secolo, e si caratterizza per un approccio letteralista ai testi sacri e una spiccata ostilità nei confronti di tutte le sette e le pratiche considerate non ortodosse, percepite come devianti rispetto alla concezione wahhābita di monoteismo.

Se la diffusione del wahhābismo ha rappresentato un terreno fertile per l’insorgere di vari movimenti jihadisti, le politiche di Stati Uniti ed Arabia Saudita in Afghanistan dopo l’invasione sovietica del 1979 possono essere considerate un vero e proprio punto di svolta: Americani e Sauditi, preoccupati per questa ulteriore penetrazione sovietica nell’area, decisero infatti di sostenere la locale resistenza afghana, caratterizzata da un’importante presenza di militanti jihadisti. Durante gli anni ‘80 Usa e Arabia Saudita, in stretta collaborazione con le autorità pakistane, fornirono finanziamenti per centinaia di milioni di dollari e i servizi segreti statunitensi contribuirono alla fornitura di ingenti quantitativi di armamenti e all’organizzazione di campi di addestramento per i combattenti anti-sovietici. L’Afghanistan divenne il centro del jihadismo mondiale, la causa che attraeva i militanti più radicalizzati [footnote number=”” ]G. Kepel, Jihad. The Trail of Political Islam (London: I.B. Tauris, 2006), pp. 136–150[/footnote].

Fu proprio sulle montagne al confine tra Afghanistan e Pakistan che nel 1988, dietro la leadership del saudita Osama bin Laden, venne creata l’organizzazione Al-Qā‘ida (“La base” in arabo). Dopo la conlusione dell’esperienza afghana, molti jihadisti che avevano combattuto contro l’Armata Rossa decisero di impegnarsi su altri fronti, in molti casi con l’obiettivo di giungere al potere o rovesciare i regimi nei propri paesi di provenienza: gli anni ‘90 videro dunque un incremento dell’attività di questi gruppi in diversi paesi. È il caso dell’Algeria, in cui in seguito alla vittoria delle fazioni islamiste alle elezioni del 1990 e al successivo colpo di stato dell’esercito determinato a conservare il proprio potere, scoppiò una sanguinosa guerra civile protrattasi sino circa al 2002.

In conclusione, la storia del jihadismo mostra come la sua evoluzione nel corso degli anni sia legata ai vari contesti in cui operano i movimenti che lo compongono. Benché il ruolo dell’ideologia e dei suoi propagandisti debba essere tenuto nella giusta considerazione, la situazione “sul terreno” di realtà differenti appare come il fattore determinante [footnote number=”” ]Political Islam. Context Versus Ideology (London: London Middle East Institute, 2010), pp. 9–20[/footnote].

Casi come quello dell’IS in Iraq confermano questa tesi. Nel 2008 questa organizzazione sembrava definitivamente indebolita; tuttavia, il protrarsi del conflitto nella confinante Siria, l’incapacità dei governi di Baghdad di costruire nuove istituzioni nazionali dopo la distruzione degli apparati statali del vecchio regime operata dalle forze d’invasione americane, e l’acutizzazione delle divisioni settarie durante il governo del presidente Al-Maliki (2006-2014), hanno costituito delle opportunità che l’IS ha saputo sfruttare a proprio vantaggio, tanto da spingerla a staccarsi da Al-Qā‘ida, dando vita ad un’entità parastatale a cavallo tra i due Paesi.

Quest’ultimo esempio rende l’idea di come la sola risposta militare alla proliferazione del jihadismo sia non solo controversa ma anche inefficace, e di come, al contrario, sia necessario affrontare la questione anche a livello politico, economico e sociale, con un coinvolgimento diretto delle autorità e istituzioni locali, senza le quali non è immaginabile raggiungere una soluzione duratura.

Inoltre, per quanto riguarda la diffusione del jihadismo nel nostro continente, l’insistenza su una contrapposizione identitaria con l’Islam e nella difesa di valori ritenuti “europei” appare altrettanto ineficcace. Ciò su cui l’Europa e i suoi cittadini dovrebbero riflettere seriamente è come l’identità culturale europea sia cambiata e di come, ad oggi, l’Islam rappresenti a tutti gli effetti una realtà europea. L’esclusione culturale e sociale, lo “scontro di civilità”, non possono che acuire quelle tensioni su cui il jihadismo globale è in grado di fare leva.

Bibliografia

[1] E. Tayan, “Djihad,” The Encyclopaedia of Islam (Brill, 1991), pp. 538–540.

[2] G. Denoeux, “The Forgotten Swamp: Navigating Political Islam,” Middle East Policy, 9 (2002), p. 61.

[3] A. Afsaruddin, “Theologizing About Democracy: A Critical Appraisal of Mawdudi’s Thought,” in Islam, the State, and Political Authority, ed. by A Afsaruddin (New York: Palgrave Macmillan, 2011), pp. 132–134.

[4] E. Tayan, “Djihad,” The Encyclopaedia of Islam (Brill, 1991), p. 539.

[5] T.Hegghammer, “Jihadi-Salafis or Revolutionaries? On Religion and Politics in the Study of Militant Islamism,” in Global Salafism. Islam’s New Religious Movement (Oxford: Oxford University Press, 2009), p. 246.

[6] T. Hegghammer, “Jihadi-Salafis or Revolutionaries? On Religion and Politics in the Study of Militant Islamism,” in Global Salafism. Islam’s New Religious Movement (Oxford: Oxford University Press, 2009), pp. 245-246.

[7] A.Y. Zelin, “The War Between ISIS and al-Qaeda for Supremacy of the Global Jihadist MovementResearch NOTES, 2014, pp. 4–8

[8] G. Kepel, Jihad. The Trail of Political Islam (London: I.B. Tauris, 2006), pp. 23–43.

[9] O. Ashour, The De-Radicalization of Jihadists (Milton Park: Routledge, 2009), p. 5.

[10] G. Kepel, Jihad. The Trail of Political Islam (London: I.B. Tauris, 2006), pp. 136–150.

[11] Political Islam. Context Versus Ideology (London: London Middle East Institute, 2010), pp. 9–20

About the Author

Francesco Saverio Leopardi
Francesco Saverio Leopardi è nato a Pesaro nel 1989. Decide di avvicinarsi allo studio della lingua araba iscrivendosi quindi al corso in Lingue e Culture del Medio Oriente dell'Università Ca' Foscari di Venezia. Interessato in particolare alla storia e alla politica dei paesi vicino orientali, consegue nel 2013 la Laurea Magistrale in Lingue e Istituzioni dell'Asia e dell'Africa Mediterranea sempre presso l'ateneo veneziano, discutendo una tesi sulla storia del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Sta ora concludendo il suo primo anno di dottorato presso l'Università di Edimburgo durante il quale avrà la possibilità di allargare e approfondire il progetto iniziato durante l'ultimo anno di magistrale. Ha visitato a scopi di ricerca vari paesi quali Palestina, Libano, Siria e Giordania dei quali segue e commenta l'attuale situazione politica su vari blog in italiano ed inglese.

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