Sconfiggere l’obesità: alimentazione sana per le persone, sostenibile per l’ambiente

Homo sapiens versus Homo obesus
Homo sapiens versus Homo obesus

di Giuseppina Casale
Editor: Chiara Bresciani
Revisori Esperti: Catia Cialani, Chiara Bresciani
Revisori Naive: Erika Tenderini, Luca Orlando

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Le multinazionali dell’agroalimentare compromettono un rapporto con l’alimentazione equilibrato e sano, creando ambienti obesogenici. È necessario affrontare l’epidemia di obesità tenendo conto dell’impatto della nostra alimentazione sull’ambiente e dell’influenza delle condizioni economiche e sociali nelle scelte individuali.

Nella società contemporanea, la natura è considerata consumabile in funzione degli interessi umani, e il rapporto tra uomo e natura acquista rilevanza solo quando incidenti della modernità, quali rischi naturali – derivanti da azioni antropiche sull’ambiente come desertificazione, deforestazione, disboscamento e inquinamento – e tragedie alimentari (dal caso della cosiddetta mucca pazza all’influenza aviaria, dai coloranti tossici ai conservanti cancerogeni), ci ricordano che dipendiamo dalla produzione agricola, dal cibo, dalla natura [footnote number=”1″ ]Poulain J. P. (2008). Alimentazione, cultura e società. Bologna: Il Mulino.[/footnote]. Anche l’obesità dilagante, nell’elenco dei mali moderni, deriva dallo squilibrio nell’interazione uomo-natura di cui la seconda parte del XX secolo rappresenta la rottura definitiva.

Perché si diventa obesi? L’origine del problema non è solo genetica, bensì multifattoriale. L’obesità non è sempre associata alla ricchezza ma riflette le diseguaglianze (per la correlazione tra maggiore tasso di obesità, condizioni socio-economiche svantaggiate e bassi livelli di istruzione) [footnote number=”2″ ]Drewnowsk A., Darmon N. (2005). Food Choices and Diet Costs: an Economic Analysis. American Journal of Clinical Nutrition, 82, 1: 265-273.[/footnote]. Ridurre il problema alla dimensione individuale (stili di vita sbagliati) è dunque semplicistico: lo stile di vita influenza la condizione clinica del singolo, ma è necessario capire in quale misura esso è frutto di una scelta consapevole piuttosto che di spinte obesogeniche, fattori che limitano le scelte praticabili dall’individuo. Il termine “ambienti obesogenici”, coniato negli anni Novanta dall’OMS, indica l’impatto delle condizioni di vita sull’incidenza dell’obesità, cioè le condizioni sociali, culturali, economiche, politiche e ambientali che condizionano la possibilità di un individuo di condurre una vita sana (Figura 1) [footnote number=”3″ ]Sharpe B., Parry V. and Barter T. (2007). Tackling Obesities. London: Government Office for Science.[/footnote].

 

Figura 1

Figura 1 – Schema riassuntivo: l’approccio multifattoriale all’obesità

 

È dunque fondamentale ricontestualizzare l’obesità a partire dai suoi aspetti politici, economici, sociali, culturali, ambientali ed etici (ambiente e benessere della popolazione presente e futura) [footnote number=”4″ ]Pollan M. (2007). You are what you grow. New York Times Magazine. [/footnote].

Obesità: una fotografia d’insieme

Secondo le stime dell’OMS, nel 2011 l’Italia si è posizionata al 29° posto nella graduatoria internazionale dell’obesità, con oltre 4 milioni e 800 mila individui obesi (Indice di Massa Corporea superiore o uguale a 30 Kg/m2) e un incremento di circa il 9% rispetto ai cinque anni precedenti. Le regioni del Sud sono le più interessate attraverso un vero e proprio processo di socializzazione al divenire obesi [footnote number=”5″ ]World Health Organization (WHO) (2002). World Health Report. Genèva: WHO. [/footnote]. L’esempio della famiglia è infatti fondamentale, dato che nella maggior parte dei casi l’obesità infantile è primitiva, cioè correlata all’obesità parentale e alla familiarità (i fattori comportamentali dell’ambiente in cui cresce il bambino). La Campania in particolare presenta il primato negativo europeo di obesità infantile [footnote number=”5″ ]World Health Organization (WHO) (2002). World Health Report. Genèva: WHO. [/footnote].

Inoltre, si riscontra un’elevata correlazione tra tasso di obesità e condizioni socio-economiche svantaggiate, così come tra eccesso di peso e bassi livelli di istruzione [footnote number=”6″ ]Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) (2011). Italia in cifre. Roma: ISTAT. [/footnote]. Una chiave di lettura va ricercata nelle maggiori difficoltà che incontrano le categorie sociali svantaggiate a compiere scelte adeguate alla propria dieta (difficoltà a svolgere attività fisica, disponibilità di alimenti molto calorici a prezzi nettamente più bassi rispetto a frutta e verdura). Questo spiega in gran parte il “paradosso” dell’obesità mediterranea.

Il cibo è dunque mezzo di omologazione e di discriminazione sociale, perché le scelte alimentari sono determinate dall’ambiente e dalla condizione socio-economica [footnote number=”7″ ]Fischler C. (1992). L’onnivoro, Il piacere di mangiare nella storia e nella scienza. Milano: Mondadori. [/footnote]. Come si evince dal Grafico 1, relativo al 2011, sebbene la maggioranza degli italiani (il 51,2% oltre i 18 anni) sia normopeso, ben un adulto su tre (35,8%), pari a 20 milioni di persone, risulta in sovrappeso, e uno su dieci (10,0%) è obeso. Complessivamente, più di quattro adulti su dieci (46% circa) in Italia sono in eccesso ponderale. L’obesità interessa in uguale misura uomini e donne, mentre le differenze di genere sono marcate per quanto riguarda il sovrappeso: il 45,5% degli uomini rispetto al 26,8% delle donne [footnote number=”6″ ]Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) (2011). Italia in cifre. Roma: ISTAT. [/footnote].

 

Persone di 18 anni e oltre per Indice di Massa Corporea (percentuali). Italia, anno 2011

Grafico 1 – Persone di 18 anni e oltre per Indice di Massa Corporea (percentuali). Italia, anno 2011 (Fonte: Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) (2011). Italia in cifre. Roma: ISTAT).

 

Nel mondo, circa 400 milioni di obesi si concentrano non solo nelle aree industrializzate, ma anche in quelle in via di sviluppo, tanto che si parla di globesità [footnote number=”5″ ]World Health Organization (WHO) (2002). World Health Report. Genèva: WHO. [/footnote], un trend iniziato nella metà degli anni Novanta del secolo scorso, quando l’industria alimentare ha conosciuto un altissimo tasso di crescita. L’obesità si rivela quindi un fenomeno globale che prescinde dal sesso, dall’età e dalla regione geografica, come si evince dal Grafico 2.

 

Percentuali di sovrappeso e obesità per sesso e continente, anno 2010

Grafico 2 – Percentuali di sovrappeso e obesità per sesso e continente, anno 2010 (Fonte: Clark J. (2013). Global obesity trends visualised as slope graph: how does weight vary by country and gender? The Guardian, series: Show and Tell).

 

L’obesità è una malattia che si accompagna allo “sviluppo” in molte nazioni con economie in crescita. Sono noti i casi dell’India, dell’America Latina e addirittura di alcune nazioni africane. Qui l’obesità colpisce soprattutto le nuove generazioni ed è legata alla forte emigrazione dalle aree rurali verso le città, dove, oltre ad assumere nuove abitudini alimentari, chi vive nelle baraccopoli può permettersi solo cibo di scarsa qualità [footnote number=”8″ ]Clark J. (2013). Global obesity trends visualised as slope graph: how does weight vary by country and gender? The Guardian, series: Show and Tell.[/footnote]. Talvolta sono le politiche aziendali delle multinazionali a modificare la dieta tradizionale dei settori più poveri della popolazione a favore di alternative più economiche e meno salutari, attraverso l’aumento dei prezzi dei beni di consumo di base [footnote number=”9″ ]Manuel Roiz-Franzia (2007). The rich get richer, and the poor get… fat (Coke, tortillas, and multinationals). The Mex Files.[/footnote].

Obesità e mercato

L’obesità è uno degli effetti del mercato. Nell’ascrivere l’obesità alle trasformazioni avvenute nelle società industriali, ci si riferisce a fenomeni quali:

  • Il consumo di prodotti pronti, zuccherati e salati (cibo-spazzatura) e di composti alimentari non identificabili (a.n.i), frutto di elaborazioni chimico-industriali, che dominano la scena alimentare modificando abitudini alimentati e stili di vita [footnote number=”10″ ]Simonetti G.E. (2010). Fuoco Amico, il food-design e l’avventura del cibo tra sapori e saperi. Roma: DeriveApprodi. [/footnote]. L’attuale stile di vita comporta una disponibilità calorica maggiore (circa 3800 Kcal al giorno) rispetto al fabbisogno energetico quotidiano (per l’adulto medio circa 2400 Kcal) [footnote number=”11″ ]Food and Agriculture Organization (FAO) (2010). World Programme for the Census of Agriculture. Roma: FAO. [/footnote];
  • L’accelerazione dei ritmi di vita, che modificano la cultura del gusto e riducono il pasto a un riflesso alimentare da soddisfare di corsa (fast food);
  • La desocializzazione alimentare: le famiglie non mangiano più insieme ma ciascuno tende ad alimentarsi quando glielo consentono i propri impegni;
  • La destrutturazione alimentare, ovvero la mancanza di precisi orari e luoghi per consumare i pasti [footnote number=”10″ ]Simonetti G.E. (2010). Fuoco Amico, il food-design e l’avventura del cibo tra sapori e saperi. Roma: DeriveApprodi. [/footnote]. Il pasto viene consumato dove capita: mentre si guida, mentre si cammina, sul posto di lavoro;
  • La globalizzazione alimentare (disponibilità globale degli stessi alimenti, carenti di nutrienti fondamentali) e la declassificazione culturale (il cibo svincolato dalla cultura), che fanno sì che le abitudini alimentari dipendano sempre meno dalle norme culturali e tendano a scollarsi dalle tradizioni regionali [footnote number=”10″ ]Simonetti G.E. (2010). Fuoco Amico, il food-design e l’avventura del cibo tra sapori e saperi. Roma: DeriveApprodi. [/footnote], con conseguente perdita di culture eno-gastronomiche.

Queste abitudini alimentari e stili di vita modificati non sono unicamente il frutto di decisioni individuali, bensì sono il risultato di fattori ambientali, socio-economici, culturali, politici e non ultimo tecno-industriali.

Le strategie delle colture cerealicole (monocolture intensive), le innovazioni in ambito chimico (fertilizzanti, nitrati, nitriti) e agricolo (produzione di biocarburanti) per ridurre i prodotti naturali ai più convenienti ed estetici, e, non ultimo, le innovazioni in campo logistico (trasporto delle merci su lunga distanza) hanno infatti determinato nuove disponibilità alimentari. Subordinato a logiche utilitaristiche, il cibo non rispetta più la stagionalità e la genuinità (si pensi al trattamento chimico-industriale cui viene sottoposto per resistere al trasporto su lunghe distanze) [footnote number=”10″ ]Simonetti G.E. (2010). Fuoco Amico, il food-design e l’avventura del cibo tra sapori e saperi. Roma: DeriveApprodi. [/footnote].

Inoltre, le multinazionali dell’agro-alimentare influenzano il modo in cui mangiamo e pensiamo il cibo, spingendoci a soddisfare bisogni impulsivo-imitativi. Per esempio, si ritiene che con la diffusione del cibo in scatola e di prodotti preconfezionati dalle porzioni già definite, i consumatori si sarebbero abituati a ragionare in termini di “unità”. In altre parole, la quantità giusta non è più quella percepita attraverso il segnale fisiologico della sazietà, bensì quella definita dal recipiente (dal fondo della confezione, dalla porzione super-size). Persino quando crediamo di scegliere cibo sano, gusti e preferenze sono manipolati: nei supermercati, la scelta delle mele è ristretta a poche varietà: quelle che hanno un bell’aspetto, colore e dimensioni gradevoli e il cui sapore è gradito alla maggioranza [footnote number=”12″ ]Albritton R. (2009). Let them eat junk. How capitalism creates hunger and obesity. New York: Pluto Press. [/footnote].

Per il consumatore, carente di informazioni sul processo di produzione/trasformazione degli alimenti, questi sono ibridi dal confine incerto tra artigianale e industriale, tradizionale e nuovo, familiare e sconosciuto, stagionale e fuori stagione, nocivo e salutare. Compare così un prototipo di Homo sapiens obesus (Figura 2), il cui stimolo della sazietà è indebolito dalla mancanza di disciplina del cibo (gastro-anomia), da sostanze chimiche diffuse nei cibi o nell’ambiente e da alimenti ipercalorici (grassi vegetali idrogenati, nitriti, additivi, calorie “vuote”) che creano assuefazione [footnote number=”12″ ]Albritton R. (2009). Let them eat junk. How capitalism creates hunger and obesity. New York: Pluto Press. [/footnote]. È ormai dimostrato che lo zucchero, uno dei componenti più economici dei cibi, crea una vera e propria dipendenza, e che gli individui più a rischio sono i bambini [footnote number=”13″ ]Bonelli V., Rossi E. (2007). Il dolce veleno. Milano: Tecniche Nuove. [/footnote].

 

Homo sapiens versus Homo obesus

Figura 2 – Homo sapiens versus Homo obesus (Fonte: Albritton R. (2009). Let them eat junk. How capitalism creates hunger and obesity. New York: Pluto Press).

 

Ad orientare l’industria alimentare dovrebbe essere la qualità del cibo, non la sua quantità. L’attuale sistema agroalimentare ha però come fine il profitto, derivante da una produzione senza limite. Il modello economico neoliberista crea così un sistema di produzione agroalimentare globale pericolosamente insostenibile che non solo è distruttivo nel lungo termine per la salute umana e ambientale, ma è anche totalmente fallimentare rispetto a giustizia distributiva, equità e pari opportunità [footnote number=”12″ ]Albritton R. (2009). Let them eat junk. How capitalism creates hunger and obesity. New York: Pluto Press. [/footnote].

 

Salute dell’uomo, salute dell’ambiente: il paradosso alimentare

Un modello alimentare sostenibile, oltre che adeguato dal punto di vista nutrizionale, deve essere accessibile, economicamente conveniente, culturalmente accettabile ed avere un basso impatto ambientale (essere rispettoso degli ecosistemi).

Lo sfruttamento della natura per assecondare gli eccessi dell’industrialismo e dell’economia di mercato spreca le risorse, minaccia la biodiversità, contribuisce all’inquinamento e accresce la sofferenza animale. L’alto consumo globale di carne è un tema centrale quando parliamo di rottura dell’equilibrio tra ambiente e alimentazione: vaste aree di foresta Amazzonica vengono disboscate ogni anno per stabilire allevamenti estensivi di bovini per l’industria della carne, con la conseguente esplosione di conflitti sociali ed etnici (allevatori contro popolazioni indigene) che arrivano a mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa di intere comunità [footnote number=”14″ ]Patel R. (2008). I padroni del cibo. Milano: Feltrinelli. [/footnote].

Il ciclo di vita del cibo, dalla produzione al consumo, ha un impatto sul pianeta: per produrre alimenti si consumano acqua, territorio e risorse, si immettono nell’atmosfera CO2 e altri gas serra e si producono rifiuti da smaltire. L’alimentazione è responsabile del 25% dell’impatto ambientale di ogni persona e, quanto più articolato è il ciclo di vita di un alimento, tanto maggiore è il suo peso ambientale. Una popolazione di persone obese consuma circa il 20% in più di cibo di una normopeso e causa un miliardo di tonnellate di emissioni gas serra ogni anno (su un totale di 31,6 miliardi di tonnellate) [footnote number=”15″ ]Global Footprint Network (GFN) (2012). The National Footprint Accounts. USA: GFN. [/footnote].

Per questo la sovralimentazione è anche uno spreco alimentare [footnote number=”15″ ]Global Footprint Network (GFN) (2012). The National Footprint Accounts. USA: GFN. [/footnote]: un’alimentazione scorretta (non variata, non moderata, non equilibrata, qualitativamente insufficiente perché ad alta composizione calorica e basso valore nutrizionale), non è solo un rischio per la salute ma si traduce nel sovra-consumo di risorse naturali.

Un ulteriore spreco è l’uso non ottimale della produzione alimentare in termini di destinazioni di consumo. A fronte di un quadro d’insicurezza alimentare globale, un terzo dell’intera produzione agricola mondiale è infatti riservato alla nutrizione di circa 3 miliardi di animali da allevamento, destinati alla nostra dieta poco ricca di frutta e verdura [footnote number=”11″ ]Food and Agriculture Organization (FAO) (2010). World Programme for the Census of Agriculture. Roma: FAO. [/footnote]. Questi animali vengono alimentati con prodotti cerealicoli, sottratti al consumo umano.

Se una parte del mondo lotta contro l’obesità, l’altra soffre la fame. È il cosiddetto paradosso alimentare [footnote number=”11″ ]Food and Agriculture Organization (FAO) (2010). World Programme for the Census of Agriculture. Roma: FAO. [/footnote], causato dalle disfunzioni del sistema agroalimentare globale e dalle politiche neoliberiste. L’obesità e la fame sono le due facce della malnutrizione, dovute non alla scarsità di cibo bensì alla povertà, alla disparità dei redditi, all’impossibilità di comprare cibo sano [footnote number=”12″ ]Albritton R. (2009). Let them eat junk. How capitalism creates hunger and obesity. New York: Pluto Press. [/footnote]. Il modello economico neoliberista, che consente solo a pochi di trarre profitto dall’intera catena alimentare mondiale (come evidenziato dalla Figura 3), sconvolge l’esperienza gastronomica e abbassa la qualità del cibo [footnote number=”14″ ]Patel R. (2008). I padroni del cibo. Milano: Feltrinelli. [/footnote], generando così ambienti obesogenici.

 

La concentrazione del potere e i protagonisti del sistema alimentare, dati relativi a Olanda, Germania, Francia, Regno Unito, Austria e Belgio, anno 2008

Figura 3 – La concentrazione del potere e i protagonisti del sistema alimentare, dati relativi a Olanda, Germania, Francia, Regno Unito, Austria e Belgio, anno 2008 (Fonte: Patel R. (2008). I padroni del cibo. Milano: Feltrinelli).

 

Considerazioni conclusive

Un utile strumento per l’analisi e la pianificazione di strategie di intervento è la Doppia Piramide Alimentare-Ambientale [footnote number=”15″ ]Global Footprint Network (GFN) (2012). The National Footprint Accounts. USA: GFN. [/footnote] (Figura 4). Basata sulla più conosciuta Piramide Alimentare, questo modello rappresenta un’evoluzione della cultura nutrizionale, poiché interpreta le scelte alimentari nella loro relazione con la salute globale dell’ecosistema.

 

Doppia piramide Alimentare-Ambientale

Figura 4 – Doppia piramide Alimentare-Ambientale (Fonte: Global Footprint Network (GFN) (2012). The National Footprint Accounts. USA: GFN).

 

La Doppia Piramide evidenzia una correlazione inversa tra alimenti e impatto ambientale: gli alimenti dei quali è consigliato un consumo maggiore sono quelli con impatto ambientale minore e viceversa. Tale proposta di sostenibilità ambientale-alimentare estende l’originario valore della Piramide Alimentare oltre la dimensione individuale perché riconosce che la qualità dell’ambiente influenza la qualità della vita.

La soluzione dell’obesità risiede infatti nella possibilità di adottare uno stile di vita salutare tenendo conto del benessere delle generazioni future e dell’ecosistema [footnote number=”4″ ]Pollan M. (2007). You are what you grow. New York Times Magazine. [/footnote]. Non basta essere consapevoli delle conseguenze derivanti da abitudini alimentari scorrette: è necessario educare al cibo e al concetto di limite fin dalla prima infanzia. Interiorizzare una cultura alimentare serve a riconoscere la qualità, a liberarsi dalla passività prodotta dalla tecnologia alimentare, a conoscere la storia del nostro cibo.

Tre i fondamenti di una nuova gastronomia [footnote number=”16″ ]Petrini C. (2005). Buono, pulito e giusto. Principi di nuova gastronomia. Torino: Einaudi. [/footnote]:

  • il buono, personale (capacità di riconoscere il gusto) e culturale (legato al territorio e alla stagionalità). Lo Slow Food sostiene l’economia locale e recupera la sovranità alimentare, strappando il controllo alle multinazionali e favorendo la diversità di cibi, sapori e tradizioni [footnote number=”10″ ]Simonetti G.E. (2010). Fuoco Amico, il food-design e l’avventura del cibo tra sapori e saperi. Roma: DeriveApprodi. [/footnote];
  • il pulito, richiamo alla sfera etica del rispetto per l’ambiente;
  • il giusto, principio politico fondato sulla sostenibilità sociale (portare nelle aree rurali del pianeta equità sociale e rispetto per chi lavora la terra), contrapposto al processo di produzione attuale che sfrutta le risorse per il profitto privato, senza obblighi verso il contesto sociale ed ecologico in cui opera [footnote number=”17″ ]Fabris GP. (2008). Societing. Il marketing nella società postmoderna. Milano: Egea. [/footnote].

 

Bibliografia


[1] Poulain J. P. (2008). Alimentazione, cultura e società. Bologna: Il Mulino.

[2] Drewnowsk A., Darmon N. (2005). Food Choices and Diet Costs: an Economic Analysis. American Journal of Clinical Nutrition, 82, 1: 265-273.

[3] Sharpe B., Parry V. and Barter T. (2007). Tackling Obesities. London: Government Office for Science.

[4][30] Pollan M. (2007). You are what you grow. New York Times Magazine.

[5][6][10] World Health Organization (WHO) (2002). World Health Report. Genèva: WHO.

[7][9] Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) (2011). Italia in cifre. Roma: ISTAT.

[8] Fischler C. (1992). L’onnivoro, Il piacere di mangiare nella storia e nella scienza. Milano: Mondadori.

[11] Clark J. (2013). Global obesity trends visualised as slope graph: how does weight vary by country and gender? The Guardian, series: Show and Tell.

[12] Manuel Roiz-Franzia (2007). The rich get richer, and the poor get… fat (Coke, tortillas, and multinationals). The Mex Files.

[13][15][16][17][32] Simonetti G.E. (2010). Fuoco Amico, il food-design e l’avventura del cibo tra sapori e saperi. Roma: DeriveApprodi.

[14][25][26] Food and Agriculture Organization (FAO) (2010). World Programme for the Census of Agriculture. Roma: FAO.

[18][19][21][27] Albritton R. (2009). Let them eat junk. How capitalism creates hunger and obesity. New York: Pluto Press.

[20] Bonelli V., Rossi E. (2007). Il dolce veleno. Milano: Tecniche Nuove.

[22][28] Patel R. (2008). I padroni del cibo. Milano: Feltrinelli.

[23][24][29] Global Footprint Network (GFN) (2012). The National Footprint Accounts. USA: GFN.

[31] Petrini C. (2005). Buono, pulito e giusto. Principi di nuova gastronomia. Torino: Einaudi.

[33] Fabris GP. (2008). Societing. Il marketing nella società postmoderna. Milano: Egea.

About the Author

Giuseppina Casale
Giuseppina Casale si è laureata con 110 e Lode presso l’Università degli Studi di Salerno, presentando una tesi in Sociologia dello Sviluppo Territoriale dal titolo: Cibo, obesità e spazio: un approccio Sociologico. Vincitrice di borsa di studio, ha frequentato la X e XI Scuola Estiva sul metodo e la ricerca sociale, riconosciuta dall’AIS come Alta Formazione. Ha partecipato come relatrice al IX Convegno Nazionale dei Sociologi dell’Ambiente con il contributo “Salute dell’uomo-Salute dell’ambiente” e ha collaborato alla European Social Survey, indagine sul benessere individuale e sociale e sulla qualità della democrazia. Attualmente frequenta il dottorato di ricerca in Sociologia, Teoria e Storia delle Istituzioni presso l’Università degli Studi di Salerno.

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