Da cosa nasce il bisogno di comunicare la scienza

di Umberto M. Meotto
Editor: Federico Forneris
Revisionato da Francesca Rocchio e Teresita Gravina

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La diffusione continua di innovazioni, per mano delle moderne tecnologie, sta cambiando il mondo nel quale viviamo molto più rapidamente della capacità che abbiamo di adattarci come specie; questo conflitto “evolutivo” si traduce spesso in un’avversione nei confronti della scienza. E’ quindi necessario uno sforzo aggiuntivo da parte di chi possiede una determinata conoscenza affinché la renda fruibile da tutti, poiché un’arricchimento culturare della collettività è possibile solo se in precedenza vi è stata una condivisione del sapere.

Nota dell’autore: i contenuti di questo articolo sono stati oggetto di una presentazione avvenuta presso la Fondazione Novara Sviluppo in occasione di un open day tenutosi nel 2016. Parte conclusiva dell’iniziativa è stato un evento coordinato da AIRIcerca su temi legati al mondo della ricerca e della comunicazione scientifica.  All’interno del tema “Scienza per chi? Rompendo le barriere comunicative” sono stato invitato a descrivere cosa mi avesse spinto a produrre gli articoli divulgativi “Più memoria. Come e perché la tecnologia espande continuamente il limite” 1U.M. Meotto, Più memoria. Come e perché la tecnologia espande continuamente il limite, AIRInforma, 2 (2015), 31-07-2015 e “Quando l’impossibile diventa probabile: quanti e relatività nel telefonino” 2U.M. Meotto, Quando l’impossibile diventa probabile: quanti e relatività nel telefonino, AIRInforma, 3 (2016), 29-03-2016 pubblicati su AIRInforma.

 

C’è un bisogno
L’impressione generale che si ha quando gli “scienziati” e la “gente comune” discutono di temi complessi è di fondamentale incomprensione. Chi comunica usa spesso gli strumenti sbagliati e chi dovrebbe ascoltare, comprendere e vagliare gli argomenti esposti, preferisce invece ignorare. A volte è per pigrizia, altre volte per difficoltà oggettive a comprendere i significati. Tuttavia ciò che servirebbe in questo periodo storico è un poco di apertura mentale perché viviamo in un mondo che cambia, e cambia molto velocemente.

La figura 1 mostra contenuti adattati dal libro La sfida americana scritto alla fine degli anni Sessanta dal politico francese Jean-Jacques Servan-Schreiber 3Jean-Jacques Servan-Schreiber (1968) La sfida americana. Fin dalla sua pubblicazione, avvenuta nel 1968, questo saggio ha riscosso un ottimo successo poiché è stato uno dei primi studi in cui veniva messa a confronto la politica industriale degli Stati Uniti, fortemente indirizzata all’innovazione tecnologica ed al mercato globale, con l’economia europea e le sue aziende -ai tempi- frammentate, deboli e poco organizzate. Sebbene La sfida americana contenga molte previsioni socio-economiche poi dimostratesi errate è comunque una fonte per riflessioni anche attuali.

Figura 1 - Schema che il tempo intercorso per passare dall’invenzione scientifica alla realizzazione industriale di alcune delle più importanti innovazioni degli ultimi 200 anni.

Figura 1 – Schema che mostra il tempo intercorso per passare dall’invenzione scientifica alla realizzazione industriale di alcune delle più importanti innovazioni degli ultimi 200 anni.

 

Si può osservare come molte di queste innovazioni sono state introdotte nel corso del XX secolo e che il tempo necessario per introdurle si è via via ridotto. Tale processo sta continuando anche oggi e ha dato come risultato il fatto che viviamo in simbiosi con la tecnologia, al punto quasi che non ce ne rendiamo più conto. Sono cambiati i computer ed i loro sistemi operativi, è cambiata la televisione, sono cambiati i cellulari: è cambiato il nostro modo di vivere. Tuttavia non ci siamo mai abituati veramente a questo continuo cambiamento perché ogni volta che ci scontriamo con una novità, la prima reazione che ci viene naturale, è di osteggiarla.

C’è bisogno dunque che qualcuno spieghi a chi ha paura della scienza perché è necessario il cambiamento e perché una corretta educazione può evitare innumerevoli fraintendimenti.

 

Perché è necessario il cambiamento?
Ho cercato di spiegare perché è necessario il cambiamento nel primo articolo che ho scritto per AIRInforma 1U.M. Meotto, Più memoria. Come e perché la tecnologia espande continuamente il limite, AIRInforma, 2 (2015), 31-07-2015. Quando ho iniziato a lavorare alla STMicroelectronics, nel 2003, studiavamo il modo di portare in produzione una memoria flash in tecnologia prossima ai 100 nanometri.

Spieghiamo innanzitutto cos’è una memoria flash e quanto siano 100 nanometri.

Le memorie flash sono dei chip di silicio che rendono possibile l’immagazzinamento delle informazioni digitali in modo non volatile. Alcune loro tipiche applicazioni sono le chiavette USB, le SD card che mettiamo nelle nostre macchine fotografiche digitali, e le micro-SD che vengono usate anche negli smartphones. Dodici anni fa le memorie flash che contribuivo a fare, finivano -ad esempio- nel celebre cellulare Nokia 3310 ed erano già più piccole di un comune batterio.

Nella parte sinistra della figura 2 il cerchio più grande rappresenta la sezione di un capello umano, 100 micron (100 mm), un decimo di millimetro. Grazie a questo riferimento si possono valutare la dimensioni di oggetti più piccoli: una spora di muffa ed un globulo rosso hanno dimensioni di circa 7-8 micron, i fumi e le polveri fini attorno a 2.5 micron. Un batterio, E. coli, è circa 1 mm . 100 nanometri (100 nm) sono un decimo di micron. Nella parte destra della figura 2 vengono invece messi a confronto, su una scala differente (2 micron), dei batteri della tubercolosi e quattro celle di memoria prodotte dalla Samsung con una tecnologia in grado di definire oggetti della dimensione dei 90 nanometri.

 

Figura 2 - a sinistra i diametri rispettivamente di un capello umano (human hair), una spora di muffa (mold), un globulo rosso (red blood cell), polvere di talco (fine talc), pigmenti delle vernici (paint pigments), fumi esausti (exhaust smoke) ed un batterio Escherichia Coli (E. coli). A destra batteri della tubercolosi e celle di una memoria flash Samsung [fonte Chipworks].

Figura 2 – a sinistra i diametri in scala rispettivamente di un capello umano (human hair), una spora di muffa (mold), un globulo rosso (red blood cell), polvere di talco (fine talc), pigmenti delle vernici (paint pigments), fumi esausti (exhaust smoke) ed un batterio Escherichia Coli (E. coli). A destra batteri della tubercolosi e celle di una memoria flash Samsung [fonte Chipworks].

Oggi lavoro alla Micron Technology per portare in produzione memorie molto più piccole e molto più veloci. Le dimensioni di cui si discute nel 2016 scendono anche sotto ai 20 nanometri. Molti si chiederanno perché è necessaria questa rincorsa a fare le cose sempre pià piccole. Non ci piaceva forse il Nokia 3310? Era più resistente dei moderni smartphones, la batteria durava di più… eppure non ci piaceva. Volevamo cambiarlo.

Il grafico seguente (figura 3) rappresenta la famosa Legge di Moore, il piano di azione o roadmap che definisce come cambia il mondo per chi lavora nel campo dei semiconduttori. Nel grafico la linea blu mostra come i componenti integrati diventano sempre più piccoli mentre la linea rossa sta ad indicare la crescita del numero dei transistor presenti nei chip di silicio.

Io sono entrato in questo mondo poco dopo il 2000 e poco sotto i 100 nm; oggi siamo poco dopo il 2015 ed abbastanza vicini ai 20 nm.

Figura 3 – Le leggi esponenziali che governano il progresso della microelettronica.

Figura 3 – Le leggi esponenziali che governano il progresso della microelettronica.

 

Quindi perché è necessario il cambiamento?
In alcuni casi è per migliorare qualcosa che già stiamo facendo, ma più spesso è per le richieste del mercato. Infatti dieci anni fa ci venivano richieste memorie flash per immagazzinare dati e fotografie, si vedevano gli MP3 player all’orizzonte. Oggi invece le applicazioni sono molteplici e vanno dagli smartphone agli hard disk a stato solido. Il vecchio Nokia 3310 aveva molti pregi ma non permetteva di condividere le foto su Facebook, di vedere filmati da YouTube, di fare ricerche su Google…

Che ci piaccia oppure no questa rivoluzione tecnologica guida l’economia dei nostri tempi.

 

Chi ha paura della scienza
L’opzione “che ci piaccia oppure no” è d’obbligo perché è molto comune, per le recenti tecnologie, trovare detrattori, a volte anche illustri. Le tecnologie dell’informazione (IT o information technology) sono spesso incolpate di rendere possibile il controllo delle masse, gli OGM sono mostri dal DNA mutante, le industrie farmaceutiche ci ingannano per fare sempre più profitto.

Figura 4 - Luoghi comuni associati alle moderne tecnologie.

Figura 4 – Luoghi comuni associati alle moderne tecnologie.

 

In effetti nel corso del XX secolo, celebri filosofi, autorevoli scienziati e scrittori di fama internazionale, hanno messo in guardia l’umanità dalle malattie che minano in primis la società ed in secondo luogo le qualità stesse dell’essere umano. L’ascesa dei regimi totalitari, due guerre mondiali e l’affermazione dell’organizzazione scientifica del lavoro hanno stimolato opere come 1984 di George Orwell e Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Nella seconda metà del secolo, invece, sono stati il rischio di una guerra atomica ed il vertiginoso sviluppo tecnologico a far sostenere a Konrad Lorenz, ne Il declino dell’uomo Konrad Lorenz (1984) Il declino dell’uomo, che “le prospettive dell’umanità sono straordinariamente cupe” e che “è molto probabile che essa stia per commettere, con le armi nucleari che possiede, un suicidio rapido ma tutt’altro che indolore”. In questa opera, del 1983, l’etologo austriaco afferma altresì che “la tecnica minaccia di diventare il tiranno della società umana” e che l’ordine sociale dominante nel mondo moderno è il sistema tecnocratico.

Meno di quindici anni prima, nell’incipit del reportage Quel giorno sulla Luna, scritto da Oriana Fallaci Oriana Fallaci (1970) Quel giorno sulla Luna per ripercorrere l’avventura dello storico sbarco di Armstrong e Aldrin, la giornalista fiorentina sosteneva che: “gli uomini continueranno come prima a soffrire, a uccidersi nelle guerre, a offendersi nelle ingiustizie, e con la Luna allargheranno i confini della loro perfidia e del loro dolore”. Ed enumerando le insidie nascoste nella conquista del nostro satellite, dopo la morte fisica per contaminazione di un possibile microscopico germe lunare, considera il timore “che la tecnologia prenda il sopravvento e addormenti i nostri cuori, i nostri cervelli, ci trasformi in robot incapaci di fantasia, sentimenti, rivolta”, portandoci alla morte spirituale.

C’è tuttavia un modo diverso di vedere la questione che, a mio giudizio, lascia spazio alla speranza: la tecnocrazia non è il problema, lo è il fatto che, come dice Edward O. Wilson, “guidiamo le astronavi con la testa dei cavernicoli1F. Beccaria, Wilson: guidiamo le astronavi ma con la testa dei cavernicoli “Chi siamo e dove andremo? Chiedetelo alle formiche”, La Stampa TuttoScienze 27-03-2013. Questo scienziato americano, considerato il padre della sociobiologia, sostiene che “incarniamo uno strano ibrido, una civiltà da Guerre Stellari con emozioni da età della pietra e tecnologia da semidei”.

Queste parole esprimono il punto chiave della mia riflessione: l’evoluzione della specie umana è più lenta della rivoluzione tecnologica, fisicamente noi siamo come eravamo 10.000 anni fa, il nostro cervello quello è, ma 10.000 anni fa non dovevamo gestire l’e-mail, non potevamo contare sul GPS e su memorie esterne da terabyte.

Nell’ottica di Lorenz tutto ciò giustificherebbe un certo pessimismo. Egli infatti vedeva l’uomo come una specie animale che si allontanava sempre più dal suo ambiente naturale, e lo incolpava soprattutto di essere oggetto di una “nevrosi di massa” che lo spinge a distruggere la natura stessa. Nel saggio si può apprendere che per Lorenz questa nevrosi di massa altro non è che il sistema economico capitalista.

 

La singolarità è vicina
Non tutti però sono così pessimisti. Ray Kurzweil, futurista molto attivo nel campo delle intelligenze artificiali, sostiene, anche sulla base della legge di Moore, che ci stiamo avvicinando al punto in cui le macchine, i computer, saranno in grado di uguagliare la capacità di calcolo del cervello umano. Questo dovrebbe accadere nel 2023, mentre il 2045 è secondo lui il punto di non ritorno: la singolarità tecnologica, ovvero il momento in cui l’umanità sarà trasformata irreversibilmente. Diventeremo più forti, più intelligenti e tuttavia il progresso sarà così rapido da risultare praticamente incomprensibile a chiunque.

Dell’opinione opposta è un saggio scritto da un’autrice italiana, Gemma Mannino Contin nel 1999, che s’intitola La solitudine tecnologica Gemma Mannino Contin (1999) La solitudine tecnologica. La Mannino Contin, ex informatica e poi giornalista, allieva di Franco Ferrarotti (padre della sociologia italiana e collaboratore di Olivetti), ci mette in guardia su temi che sento molto vicini. Riporto un paio di brani del suo saggio perché credo che permettano di ritornare un poco con i piedi per terra, abbandonando le visioni avveniristiche di Kurzweil e ponendo nuovamente l’accento su quello che è il bisogno di oggi: educare alla scienza e alle nuove tecnologie. Nell’incipit del saggio, scritto da Ferrarotti, leggiamo:

“Un angoscioso interrogativo sottende e percorre queste pagine: quale futuro ci aspetta? Può ben darsi che la nuova tecnologia smantelli le fabbriche […] che le città si svuotino e che ciascuno, novello cantore di Norimberga, anche se stonato, finisca per battere il suo metallo o la sua tomaia in casa, su un trespolo domestico, pomposamente chiamato computer, chiuso nel suo domicilio privato e al più collegato, via terminale, con pochi compagni e colleghi… ma che cosa significa ciò in termini di qualità della vita e di convivenza globale? In quali mani cadranno le leve del potere? A chi faranno capo i nuovi iloti laboriosi, tecnicamente molto avanzati e politicamente frammentati o analfabeti?”

Osserva la Mannino Contin:

“Ne deriva una società i cui membri non si conoscono e non condividono, se non per pochi istanti brucianti e per piccoli coinvolgimenti, percorsi, saperi, linguaggi, bisogni. Una società in cui ogni individuo può intervenire anonimamente, pseudonimamente, rimanendo sconosciuto a se stesso e agli altri; rimanendogli spesso oscuro il significato complessivo e finale del suo stesso agire, mascherato o nascosto al di qua di una tastiera o di un teleschermo, senza partecipazione reale e consapevole a ciò che avviene al di là, prima e dopo…”.

Come operatore coinvolto, e travolto, dalla tecnologia dell’informazione verifico quotidianamente sulla mia pelle le previsioni di questi illustri pensatori nostrani. Consegnare alle aziende, alle città ed alla società l’infrastruttura dell’information technology non deve essere stato un compito semplice per la Mannino Contin. Le tecnologie che a quei tempi si stavano introducendo avrebbero cambiato il mondo attraverso il modo di lavorare e di comunicare, con i rischi ed i pericoli annessi.

Poiché le parole de “La solitudine tecnologica”, nate quando internet era molto meno esteso di oggi, pongono l’attenzione non solo sulle autostrade informatiche e lo smart working. Descrivono anche le ricadute che le tecnologie dell’informazione hanno sulla società: l’isolamento dei teen-agers nel mondo virtuale, l’alienazione dei lavoratori nei data-center e la fine della comunicazione e della condivisione interpersonale.

Un fatto, che vorrei sottolineare e che da alcuni punti di vista ritengo potenzialmente rischioso, è quello di aver fornito la tecnologia a fasce di popolazione impreparate ad utilizzarla.

Figura 5 - Alcune possibili ricadute dell’information technology sulla società.

Figura 5 – Alcune possibili ricadute dell’information technology sulla società.

 

Dobbiamo scrivere… e non solo
Noi “esperti” abbiamo però un’arma per non far correre questi rischi alla società cui apparteniamo: l’educazione. Quando AIRIcerca mi ha chiesto di spiegare perché avessi scelto di scrivere degli articoli, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata l’utilità per i lettori e per l’associazione. Ho scritto perché ritengo che sia compito di chi fa ricerca, scienza e tecnologia spiegare ciò che conosce alla società, alla gente comune.

Vorrei citare a proposito questo altro saggio di Elting E. Morison, datato anch’esso 1968: Men, Machines, and Modern Times tradotto in italiano L’uomo e la macchina / i problemi del cambiamento tecnologico Elting E. Morison (1970) L’uomo e la macchina / i problemi del cambiamento tecnologico:

“Credo che la nostra cultura abbia raggiunto un livello di complicazione e di raffinatezza tale che le cose di cui ho parlato -lo sviluppo degli strumenti di organizzazione industriale e le nostre reazioni- non possono venir imparate una volta per tutte nei licei, nelle università, nei corsi di dottorato […] o in dieci settimane in corsi di formazione per dirigenti superiori. Per vivere tranquillamente nella nostra società, lasciamo perdere per governarla, è necessaria un’educazione continua fino a quando non si muore. E’ assolutamente necessario imparare di più sulla trasformazione dell’ambiente, sui nuovi strumenti che vi immettiamo, e su di noi come suoi membri. Ma l’educazione formale non è e non è mai stata sufficiente. Avremo bisogno di ulteriori incentivi e mezzi se vogliamo misurarci con la nostra impresa, utilizzare cioè le macchine intelligentemente, scoprendo chi siamo, e subendo le conseguenze di quello che scopriamo.”

Ecco perché dobbiamo scrivere: per colmare il vuoto lasciato dall’educazione formale. Per fornire “ulteriori incentivi e mezzi”. Noi ricercatori nell’elettronica abbiamo dato un tablet in mano alle persone senza prima aver fornito gli strumenti di pensiero per gestirlo. I nuovi sistemi operativi hanno avvicinato tutti al computer, ma sono lontani da permettere la comprensione del funzionamento di ciò che si ha in mano.

Perché dentro ad uno smartphone c’è molto di più del silicio, della plastica e delle batterie agli ioni di litio: c’è tutta la scienza di Einstein. All’interno dei microchip accadono cose che sono inimmaginabili ai più e tremendamente lontane dal senso comune.

Ad esempio, ogni volta che riceviamo un SMS, scattiamo una foto o registriamo un filmato, ogni volta che aggiungiamo o cancelliamo un contatto dalla rubrica del nostro smartphone, si mettono in moto degli automatismi che possono funzionare in molti casi solo grazie ai principi della meccanica quantistica. E quando attiviamo il navigatore satellitare, gli algoritmi che ci guidano verso la nostra destinazione devono obbligatoriamente tenere in considerazione gli effetti della relatività. Ma non è magia: la scienza e la tecnologia sono riuscite a produrre queste innovazioni per mezzo del ragionamento. Tutto è spiegabile: io ho cercato di farlo nel secondo articolo che ho scritto per AIRInforma U.M. Meotto, Quando l’impossibile diventa probabile: quanti e relatività nel telefonino, AIRInforma, 3 (2016), 29-03-2016.

Figura 6 - I meccanismi che permettono il funzionamento delle applicazioni all’interno degli smart phones si basano principalmente sulla meccanica quantistica ma anche sulla relatività.

Figura 6 – I meccanismi che permettono il funzionamento delle applicazioni all’interno degli smartphones si basano principalmente sulla meccanica quantistica ma anche sulla relatività.

 

Una nota in coda a quello che Morison definiva “la nostra impresa”: si parla tanto di banda larga come se fosse l’unica panacea per tutti i mali del divario digitale, ma se non si insegna ad usarla questa avveniristica infrastruttura, l’unico risultato sarà venirne schiacciati perché dare la tecnologia in mano a chi non la capisce è come dare un’arma in mano ad un bambino.

 

Come educare alla scienza
Bisogna quindi educare alla scienza in modo fruibile da tutti perché, come ho già sottilineato, oggi non possiamo più procrastinare: la scienza, la tecnologia, l’informatica, la robotica, le biotecnologie sono già parte della vita di tutti e le utilizziamo quotidianamente, spesso inconsapevolmente.

Mi sono focalizzato molto sulla tecnologia e sui computer innanzitutto perché è l’ambito del mio lavoro, ma anche perché, se vogliamo che la gente legga i nostri articoli, prima di tutto dobbiamo insegnare ad usare un computer.

Nel 1983, un autore italiano, Egidio Pentiraro, ci aveva messo in guardia sui rischi di un’educazione informatica inadeguata. Nel saggio “A scuola con il computer” Egidio Pentiraro (1983) A scuola con il computer scriveva: “Non conoscere l’informatica nella società del futuro sarà tal quale essere analfabeti nella società di oggi”.

Egli poneva soprattutto l’attenzione sulla necessità di imparare ad usare il computer già nelle scuole:

“Molti problemi, collegati alla introduzione delle cosiddette nuove tecnologie, sarebbero più facilmente risolvibili se si rimuovessero quegli ostacoli che derivano da una caparbia resistenza al cambiamento, dalla disinformazione e dalla diffidenza. La diffusione della cultura dell’informatica rappresenta una grande sfida per l’intera struttura educativa. Cioè dell’intero sistema educativo e formativo, che comprende naturalmente il sistema scolastico e si estende alle altre strutture formative del mondo del lavoro e della società.”

Trent’anni fa parlare di burotica poteva sembrare ridicolo, ma era già evidente il vuoto di preparazione informatica dei dipendenti di uffici, scuole e aziende. Oggi viviamo in una società in cui abbiamo da una parte i nativi digitali (i nati dopo il 1985) -che si evolvono continuamente- e dall’altra parte l’analfabetismo informatico, ovvero coloro i quali non hanno mai familiarizzato con l’informatica e l’elettronica. Entrambi questi soggetti hanno un problema: non sanno usare il computer.

Prendiamo ad esempio la touch screen generation. I bambini ai quali è stato messo in mano un tablet fin dall’infanzia, cercano di interagire con qualsiasi oggetto facendo scorrere i polpastrelli sulla sua superficie. D’altra parte c’è invece la terza età che subisce continui shock: la TV è diventata digitale, il 730 viene spedito on-line, l’accredito della pensione lo si controlla con un’app, i pagamenti si fanno con la carta di credito contactless, le foto non si stampano più! Esistono moltissimi strumenti per evitare di fare le code negli uffici pubblici ma i “pensionati” non li usano: manca loro la malizia e la conoscenza per adoperarli.

Figura 7 - nativi ed analfabeti digitali.

Figura 7 – nativi ed analfabeti digitali.

 

Il problema grosso è che in pochi sanno spiegargli come funziona tutto ciò e cosa c’è sotto. Negli anni ‘80 non abbiamo ascoltato autori come Pentiraro ed oggi ci mancano “le figure professionali intermedie, in grado di mediare le conoscenze teoriche e renderle fruibili rispetto agli interessi delle persone“. Questa è una delle cause dell’analfabetismo informatico in Italia. Ed il motivo per cui credo che queste due fasce di popolazione corrano molti rischi.

Sebbene oggi usare il computer appaia più facile che in passato, la realtà è che si tratta di una macchina per nulla semplice: i bottoni non vanno schiacciati a caso, “navigare” è un’esperienza piena di insidie. Internet è una giungla e l’acronimo WWW a mio giudizio dovrebbe stare per Wild Wild Web (una rete veramente selvaggia, ndA) più che World Wide Web.

Il punto di partenza del nostro ambizioso progetto potrebbe essere ad esempio questo: iniziare ad educare all’informatica nelle case e nelle Piccole Medie Imprese, per permette a tutti di riconoscere una banale mail di spam, dal più pericoloso phishing e dai devastanti cryptolocker. Perché oggi gli hacker vi chiedono un riscatto in bitcoin per liberare dei files, ma immaginate quali danni potrebbero fare quel giorno del 2045 in cui, secondo Kurzweil, nano-robot saranno parte integrante del nostro stesso corpo.

 

Barriere, possibilità ed un po’ di autocritica
Spesso però notiamo che è difficile farsi ascoltare. Nella prefazione de La fisica nella cultura italiana del Novecento Carlo Bernardini (1999) La fisica nella cultura italiana del Novecento Carlo Bernardini , docente de “La Sapienza” ed autore prolifico, dice:

“Un fisico, un matematico, in Italia, talvolta è quasi sospettato di avere misteriosi e malefici poteri, di attentare alla vita con invisibili agenti, di proporre soluzioni senza cuore di mai risolti problemi sociali. Il suo pensiero sarebbe meccanico, predeterminato, risponderebbe a regole non umane, spingerebbe tra le braccia di robot che ci priverebbero delle libertà elementari imponendo un ordine tecnologico artificiale.”

Ciononostante bisogna essere ottimisti. Pensiamo a queste parole di Morison:

“Una delle cose che la storia ci può insegnare è che gli uomini hanno convissuto insieme alle macchine perlomeno altrettanto bene di quanto finora non abbiano imparato a convivere l’uno con l’altro. Ogni volta che nella società è stato introdotto un nuovo strumento vi sono stati temporanei sconvolgimenti, confusioni ed ingiustizie. Tutto ciò che ha il potere di costruire ha anche quello di distruggere ed è ciò che fanno le macchine nelle mani degli uomini. Ma nel complesso, più o meno bene, gli uomini sono sempre riusciti a organizzare i sistemi meccanici per scopi costruttivi e per ampliare le conoscenze e le capacità umane.”

Grazie alle idee di Einstein e Fermi abbiamo sì costruito la bomba atomica, ma con la collaborazione e la condivisione delle informazioni abbiamo anche dato il via alla rivoluzione tecnologica. Serve quindi un atteggiamento scientifico nei confronti della scienza stessa, essa non va accettata in modo acritico. La cosa bella della scienza è proprio il metodo scientifico, la possibilità di mettere tutto in discussione, anche il nostro modo di vivere la scienza. Divulgare deve essere utile quindi anche ai ricercatori, per domandarci veramente che cosa stiamo facendo di buono.

E nel frattempo, mentre il sistema cerca di capire come aggiornarsi, possiamo fare qualcosa noi. Perché come dice Wilson: “accanto ai comportamenti competitivi esistono molte prove del fatto che tendiamo anche a essere cooperativi e a manifestare evidenti azioni altruistiche”.

Sforziamoci quindi di rendere le conoscenze fruibili da tutti.

Imparando si potrà insegnare, insegnando si potrà imparare, perché la volontà di imparare è una scelta. Per tutti.

Bibliografia

[1][4] U.M. Meotto, Più memoria. Come e perché la tecnologia espande continuamente il limite, AIRInforma, 2 (2015), 31-07-2015.

[2][10] U.M. Meotto, Quando l’impossibile diventa probabile: quanti e relatività nel telefonino, AIRInforma, 3 (2016), 29-03-2016.

[3] Jean-Jacques Servan-Schreiber (1968) La sfida americana.

[5] Konrad Lorenz (1984) Il declino dell’uomo.

[6] Oriana Fallaci (1970) Quel giorno sulla Luna.

[7] F. Beccaria, Wilson: guidiamo le astronavi ma con la testa dei cavernicoli “Chi siamo e dove andremo? Chiedetelo alle formiche”, La Stampa TuttoScienze 27-03-2013.

[8] Gemma Mannino Contin (1999) La solitudine tecnologica.

[9] Elting E. Morison (1970) L’uomo e la macchina / i problemi del cambiamento tecnologico.

[11] Egidio Pentiraro (1983) A scuola con il computer.

[12] Carlo Bernardini (1999) La fisica nella cultura italiana del Novecento.

Info sui Revisori di questo articolo

Teresita Gravina, PhD in Geofisica e Vulcanologia, è docente a contratto presso l’Università Telematica Guglielmo Marconi e collabora con la SUN per la realizzazione di progetti divulgativi.

Francesca Rocchio, PhD in Biologia Molecolare,  è coinvolta in diverse attività di promozione e comunicazione della scienza, ed è stata coordinatrice per AIRIcerca dell’incontro svoltosi a Novara in cui l’autore di questo articolo ha presentato il suo saggio.

About the Author

Umberto M. Meotto
Umberto M. Meotto
Da sempre interessato alla divulgazione scientifica, Umberto Maria Meotto lavora come Senior Process Integration Engineer nel dipartimento di Ricerca e Sviluppo della Micron Technology, multinazionale americana leader globale nel settore dei semiconduttori. Nato nel 1978 a Torino, si laurea nel 2003 in Scienza dei Materiali con una tesi sui diodi in Carburo di Silicio condotta principalmente presso i laboratori del Politecnico di Torino. Dopo pochi mesi viene assunto da STMicroelectronics dove si occupa di Memorie Flash NOR a 90 e 65nm. Dal 2008 al 2010 lavora per Numonyx, spin-off delle divisioni memorie di STM ed Intel, su tecnologie Flash NAND a 52nm. Ha al suo attivo alcune pubblicazioni e 4 brevetti negli Stati Uniti inerenti memorie ad intrappolamento di carica (CTF) e a cambiamento di fase (PCM), suo attuale campo di ricerca.

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